«Chiedete e vi sarà dato» (Lc 11,9). Come sarebbero diverse le nostre giornate se le alimentassimo della consapevolezza di fare le cose accompagnati, guidati, sostenuti, da un Dio che è padre, papà, mettendo nelle sue mani anche l’incompiutezza del nostro agire perché lo risani, lo colmi, lo renda fruttuoso per il Regno. Il Vangelo di oggi ci invita a essere costantemente connessi con il Padre, fino a lasciarlo agire in noi e attraverso di noi, riconoscendolo come fonte di ogni bene.
Teresina Caffi, missionaria Saveriana e biblista, commenta il Vangelo di domenica 27 luglio 2025.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-13)
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Pregare è connettersi. Commento al Vangelo
Si chiamava Ombeni (chiedete) e veniva spesso alla porta, ogni volta con una sfida nuova ma con l’attesa di sempre: un aiuto. «Cambia nome, gli dicevo sconfortata, prendi quello di “Simameni” (alzatevi)». Secondo un racconto africano Dio era all’inizio dell’umanità come una bassa calotta celeste, che costringeva gli umani a camminare curvi, ma da essa pioveva per loro ogni cosa necessaria. Un giorno una donna impertinente pestando la manioca lanciò sempre più in alto il bastone, irritando Dio che si allontanò. Non piovvero più le cose dal cielo, ma gli umani cominciarono a marciare eretti.
La nostra epoca si caratterizza per l’autonomia umana, fiorita con la secolarizzazione, ma spinta fino a quell’esclusione di un qualsiasi posto o pertinenza di Dio nella nostra vita, che chiamiamo secolarismo. Il mondo è affidato alla nostra gestione, anzi, finiamo per credere che sia nostra proprietà. I problemi vengono spesso da noi stessi e possiamo trovarvi rimedio da noi. Benché iperconnessi, avanziamo nella vita e andiamo incontro alla morte in una totale solitudine interiore.
Eppure il brano di oggi sembra invitare fortemente a chiedere, sia nella preghiera al Padre – che nella versione di Luca è più sintetica di quella di Matteo, con cinque invocazioni anziché sette -, sia nelle due piccole parabole che seguono, e che attorniano l’insegnamento: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11,9).
Ha dunque senso chiedere o il punto d’arrivo della preghiera è la pura lode e l’assenza di ogni richiesta o attesa? Il nostro sguardo si porta a Gesù. La sua preghiera era un continuo riceversi dal Padre: viveva nella preghiera il suo essere Figlio in cui il Padre aveva riversato tutto sé stesso. Così alimentava i suoi passi di consapevolezza di non essere solo: il Padre era con lui.
Come diverse forse sarebbero le nostre giornate se le alimentassimo della consapevolezza di fare le cose accompagnati, guidati, sostenuti, da un Dio che è padre, papà, mettendo nelle sue mani anche l’incompiutezza del nostro agire perché lo risani, lo colmi, lo renda fruttuoso per il Regno! Credo che il Vangelo di oggi ci inviti a essere costantemente connessi con il Padre, fino a lasciarlo agire in noi e attraverso di noi, riconoscendolo come fonte di ogni bene.
Ci invita così a lasciarci abitare da grandi desideri. Buddha vedeva nell’assenza di desideri il segreto della felicità. Il Vangelo invita a sognare alla grande le cose che contano: che il nome del Padre sia manifestato e onorato nel mondo, che il suo sogno si realizzi, e cioè la pienezza di vita, la pace, una vita da fratelli e sorelle, da figlie e figlie. Anche di cibo abbiamo bisogno, e ogni giorno: purtroppo, diceva mama Joséphine sempre alle prese con la penuria. E la misericordia.
La preghiera di Gesù dà per scontata la nostra fragilità e fallibilità, che facciamo così fatica ad accettare: è fatta per peccatori, non per perfetti. Riconoscerla, abbracciarla, chiedere e dare misericordia è diventare umani. È forse questa la tentazione in cui chiediamo di non essere abbandonati: di erigerci a dio di noi stessi e del mondo, agendo sconnessi, tagliando il cordone ombelicale mentre siamo ancora nel grembo di Dio, che anche attraverso di noi vuol partorire un mondo nuovo.