La meditazione, a cura di fra Adolfo Marmorino ofm, ci accompagna nella festa dell’Esaltazione della Croce. Al centro del Vangelo di Giovanni risuona l’annuncio che solo l’amore salva: l’amore di Dio che si dona fino in fondo, trasformando la croce da strumento di morte in segno di vita nuova. Guardare a Cristo innalzato significa orientare a Lui la nostra esistenza, lasciandoci avvolgere dal suo amore che non si arrende neppure di fronte al rifiuto. È questo amore, fedele e senza misura, che diventa la vera forza di salvezza per l’umanità.
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
Parola del Signore
Commento al Vangelo: Esaltazione della Santa Croce
L’esaltazione della santa croce è una festa che – nella tradizione cattolica – ricorda il ritrovamento della croce di Cristo nel 327 da parte di sant’Elena, madre di Costantino imperatore. Nella liturgia è una occasione in più per commemorare il mistero della croce, punto nodale nell’economia della salvezza: infatti il testo sottolinea che bisogna (è necessario) che sia innalzato il Figlio dell’Uomo.
La croce di Gesù è dunque una necessità, non nel senso del sacrificio volontario, quanto piuttosto della conseguenza di un amore vissuto fino alle estreme conseguenze. Non ci ha amato per scherzo, come Lui stesso ripeteva alla Beata Angela da Foligno. Non un amore a tempo determinato. Non un amore condizionato dal nostro. Non un amore meritato… ma la scelta di amarci semplicemente per come siamo e perché sa che solo questo potrà salvarci. Una scelta a cui non verrà meno neanche di fronte al nostro rifiuto e persino di fronte al nostro volerlo fuori dalla nostra vita. Non esaltiamo, dunque, uno strumento di tortura, ma l’amore che si consuma fino alla fine. Un amore che diventa strumento di salvezza perché solo l’amore salva.
Nel brano di questa domenica è richiamato l’esempio di Mosè: Dio ordinò a Mosè di costruire un serpente di bronzo da innalzare su un’asta․ Gli Israeliti colpiti dai morsi dei serpenti potevano guardare il serpente di bronzo e guarire (Nm 21, 4-8). Il fatto è usato nel brano per indicare come solo guardando a Gesù siamo salvati. Ma guardare non vuol dire gettare uno sguardo fugace o quasi superstizioso come i baci o i segni di croce veloci fatti di fronte a una statua o passando nella prossimità di una chiesa. Questo atteggiamento anzi, trasforma in idolo persino la croce così come avvenne per il serpente di bronzo di Mosè, ragion per cui il re Ezechia, secoli dopo, lo fece distruggere (2Re 18,4).
Guardare il Crocifisso è fare di Lui l’orizzonte della nostra vita, tenere lo sguardo fisso su di Lui e orientare a Lui tutto ciò che facciamo perché la salvezza non è un premio ma una dimensione della vita nuova che prende forma giorno dopo giorno in chi si lascia avvolgere dal Suo amore infinito. Non basta appenderselo al collo o riempirne le stanze come qualcosa di leggermente di più di un oggetto ornamentale.
La croce è un richiamo a lasciarci trasformare dalla bellezza che salverà il mondo, la bellezza morale di chi vive un dono di sé continuo e non ha tempo né modo per ripiegarsi su sé stesso e quindi per peccare. E questo modo di vivere diventa contagioso. È il giocarsi il tutto per tutto di Dio per salvarci. Dio sulla croce si gioca il tutto per tutto per salvarci. E la nostra salvezza (= vita nuova) inizia quando cominciamo a giocarci tutto per Dio. E questo si vede nell’affetto profondo di un genitore che guarderà sempre il proprio figlio come un tesoro prezioso anche quando farà grossi sbagli; si vede in chi si lascia consumare da relazioni pesanti non per giustificarle ma perché sa che non c’è altra strada per dimostrarlo; si vede in chi sa perdonare le amicizie che tradiscono perché sa che la salvezza non si realizza aggiungendo male al male ma pazienza e speranza.
San Francesco e la croce
Francesco d’Assisi aveva un legame con la croce del Signore quasi istintivo, qualcosa che andava oltre il meditarne razionalmente il mistero. Nel suo Testamento, quando racconta gli inizi della sua conversione alla nuova modalità di vita abbracciata, dice:
“Il Signore mi dette tale fede nelle chiese che io così semplicemente pregavo e dicevo:
Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo”.
E volle per sé e per i suoi discepoli un abito a forma di croce e quando scriveva qualcosa, a guisa di firma metteva un Tau, segno che richiama la croce. E la sua vita sarà continuamente segnata da questo mistero poiché lui stesso affermava di conoscere Cristo, povero e crocifisso. Non solo il Cristo vittorioso e maestoso delle grandi basiliche, il Pantocrator, ma piuttosto il Cristo umile, prossimo, piccolo.
Poco prima della sua morte, mentre stava vivendo una quaresima sul monte della Verna, in onore di san Michele Arcangelo, ricevette le sacre stimmate. Nella Leggenda dei tre compagni, una delle sue primissime biografie, leggiamo che “verso la festa dell’Esaltazione della croce, due anni prima della sua morte, a Francesco, immerso nell’orazione su un versante del monte della Verna, apparve un serafino: aveva sei ali e tra le ali emergeva la figura di un uomo bellissimo, crocifisso, le cui mani e piedi erano stesi in croce, e i tratti di lui erano chiaramente quelli di Gesù Cristo. Con due ali velava il capo, due scendevano a coprire il corpo, due si tendevano al volto. Quando la visione scomparve, l’anima di Francesco rimase arroventata d’amore, e nelle sue carni si erano prodotte le stimmate del Signore Gesù Cristo.
E questo in risposta a una preghiera intensa che in quel luogo faceva al Signore:
“O Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti prego che tu mi faccia innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia senta nell’anima e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che tu, dolce Gesù, sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione; la seconda è che io senta nel cuore mio, quanto è possibile, quell’eccessivo amore, del quale tu, Figlio di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta passione per noi peccatori”.
Questo il centro della storia: il perfetto amore nel perfetto dolore. Tutto il dolore del mondo, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, di tutte le guerre e di tutte le violenze, di tutte le ingiustizie e di tutti i tradimenti… tutto questo sarà possibile portare nella nostra vita e nella nostra preghiera, solo se al Signore chiederemo anche la grazia dell’amore necessario a sostenerlo.