Ogni mese una parola con cui approfondire e gustare il nostro rapporto con Dio e vivere in pienezza la nostra missione. Per il mese di novembre la parola missionaria è santità: un invito a lasciarci guidare da essa per comprendere il senso profondo della nostra vita, l’unica “predestinazione” di ciascuno di noi.
A cura di suor Antonella Simonetti, Francescana Missionaria di Assisi
“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2).
Nel mese in cui celebriamo la festa di Tutti i Santi, vogliamo lasciarci accompagnare da questa parola, santità, una parola che ci rivela il senso profondo della nostra vita, l’unica “predestinazione” di ciascuno di noi.
Può capitarci di considerare la santità una meta da raggiungere attraverso i nostri sforzi morali. “Quello è un santo!” spesso diciamo, indicando una persona estremamente virtuosa. Rischiamo, però, di dimenticare che, come ci ricorda la Scrittura, solo Dio è santo, il tre volte santo, onnipotente nell’amore, Colui che ama sempre, senza misura, senza condizioni, fino al dono totale di sé. La santità, dunque, è cosa di Dio, ma fin dall’eternità, pensando all’uomo, a qualcuno su cui riversare il proprio amore, Egli ha deciso di allargare la tenda della sua santità per fare spazio a noi peccatori e renderci, per puro dono, santi, cioè intimamente uniti a Lui.
Ce lo ricordano S. Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30) e anche S. Pietro: “La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina” (2Pt 1,3-4).
La santità o, come afferma S. Pietro e, dietro di lui, i nostri fratelli d’Oriente, la divinizzazione è l’unica meta che tutti noi abbiamo e l’unico scopo per cui siamo stati creati. Dio ci ha donato la vita per introdurci nella festa dell’amore trinitario, per metterci dentro a quel movimento d’amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per poi riversarsi al di fuori di loro.
E la nostra parte allora qual è? Semplicemente fare spazio! Racconta S. Angela da Foligno che il Signore Gesù le disse: “Fatti capacità e io mi farò torrente!”. Ecco, proprio questo è richiesto a ciascuno di noi: accogliere l’azione di Dio in noi, eliminando tutto ciò che può essere di ostacolo, coltivando la preghiera, frequentando assiduamente la Scrittura, vivendo nella ricerca continua di Dio e nella comunione con Lui. E la missione allora cos’è? Additare, con la vita e anche con le parole, la bellezza della relazione con il Signore quale unica strada e unica meta, additare la sobrietà e la docilità quali mezzi necessari affinché il Signore possa prendere possesso di noi per renderci santi, cioè sempre un po’ più simili a sé.
Impegno concreto: educarci alla “passività”: coltivare la consapevolezza che Dio è all’opera nella nostra vita e ci chiede di “lasciarci fare” da Lui.