Questione di sguardi. Commento al Vangelo (Gv 1, 29-34)

Nel Vangelo di questa domenica, Giovanni Battista vede Gesù venire verso di lui e lo riconosce: «Ecco l’Agnello di Dio». Non è uno sguardo comune, ma uno sguardo interiore, capace di cogliere il Mistero nella semplicità di una scena quotidiana. La meditazione ci invita a domandarci cosa significa, oggi, imparare a vedere come Giovanni: riconoscere il passaggio di Dio nelle acque tranquille delle nostre giornate, nei segni piccoli e nascosti, nelle relazioni e nei gesti ripetuti. Lo sguardo spirituale non nasce all’improvviso: cresce nel silenzio, nell’ascolto, nella fedeltà. E ci trasforma in testimoni, perché anche noi possiamo indicare la presenza del Signore là dove spesso sembra non accadere nulla.

Meditazione a cura di fra Adolfo Marmorino ofm

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Commento al Vangelo

Il Battesimo di Giovanni non è una novità nel panorama giudaico. Molti gruppi usavano l’immersione nell’acqua come rito di ingresso in una setta o come gesto di purificazione. Anche a Qumran si praticavano immersioni rituali frequenti, segno di appartenenza e di purezza. In 2Re 5 il profeta Eliseo invita Naaman il Siro a lavarsi nel Giordano sette volte: un gesto che indica pienezza, purificazione e fiducia nella Parola ricevuta. Così i pagani, che volevano diventare ebrei, dovevano sottoporsi alla tevilah, un rito di immersione che segnava il passaggio a una nuova identità religiosa.

Altri gruppi avevano adottato immersioni simili, forse per il forte valore simbolico dell’acqua come luogo di rinascita. Ancora oggi, in molte regioni del mondo – come in Congo – i pastori delle chiese del risveglio battezzano i loro adepti in ogni corso d’acqua disponibile.

L’immersione (=battesimo), dunque, indica il tuffarsi in una realtà che ci supera, che non comprendiamo pienamente ma nella quale scegliamo di riporre la nostra fiducia. Per questo, al tempo di Gesù, la pratica del battesimo non appariva affatto straordinaria. Il significato cambiava da gruppo a gruppo, ma questo lo poteva cogliere solo chi viveva il rito dall’interno, non chi lo osservava da lontano. Una scena comune, dunque: nelle calme acque del Giordano, mentre fuori la vita quotidiana scorreva come sempre.

La scena del Battesimo di Gesù, però, introduce qualcosa di diverso. Giovanni “vede lo Spirito discendere come una colomba”: non è un dettaglio narrativo, ma una rivelazione che dice qualcosa di Gesù e, allo stesso tempo, qualcosa di Giovanni. Nella Scrittura, il “vedere” non è mai solo un atto fisico: è un dono, una grazia, una capacità resa possibile da Dio. Giovanni riconosce Gesù prima che compia segni; vede lo Spirito dove altri vedono solo acqua e un uomo che si immerge; percepisce il compimento delle promesse nel quotidiano più semplice.

Questa visione non è spettacolare: è spirituale. È la capacità di cogliere il Mistero che si manifesta nella normalità. Nel racconto di Matteo (Mt 3,13-17) Giovanni riceve il dono di vedere i cieli aprirsi:

“Si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba”. (Mt 3,16)

Per un istante gli è concesso (per lui) di contemplare ciò che accade eternamente in Dio. Il Padre dona lo Spirito, il Figlio accoglie e ridona lo Spirito al Padre: un movimento eterno di amore che Giovanni intravede nel tempo.

E qui il dono trova un cuore preparato. La grazia non cancella l’esperienza: la affina. Giovanni ha trascorso anni nel deserto, nell’ascolto della Parola, nel discernimento, nella lotta interiore, nella fedeltà alla propria vocazione. Tutto questo ha formato in lui un “occhio interiore” capace di riconoscere ciò che non è immediatamente evidente. È come se mistica (movimento discendente, la Grazia) e ascesi (movimento ascendente, lo sforzo umano) si fossero incontrate: Dio dona la visione, ma Giovanni ha preparato il terreno per accoglierla.

La colomba, dunque, non è un fenomeno straordinario in sé. Poteva esserci davvero una colomba nei pressi del fiume, come accade spesso nelle nostre città. Ma qui diventa simbolo che si trasforma in rivelazione solo per chi ha occhi per vedere. Così, dove gli altri vedono un uomo che si immerge, un gesto rituale, un animale che vola… …Giovanni vede il Figlio, l’inizio di una missione, lo Spirito che consacra, il compimento delle Scritture.

E allora, davanti a questa scena così semplice e così piena, possiamo domandarci: che cosa significa per noi imparare a vedere come Giovanni? Forse non avremo visioni straordinarie, né cieli che si aprono davanti agli occhi. Ma il Vangelo ci ricorda che Dio continua a passare nella normalità, nelle acque tranquille delle nostre giornate, nei gesti ripetuti, nelle relazioni che sembrano sempre uguali, troppo ordinarie per attirare l’attenzione. La normalità in cui possiamo scorgere Dio è fatta di piccoli segni: un gesto di amore gratuito, il sorriso di un anziano che ci benedice senza saperlo, dei bambini che giocano e ci ricordano la libertà dei figli. Eppure, per chi ha occhi per vedere, diventano rivelazione. E la differenza non la fa ciò che accade fuori, ma ciò che accade dentro.

Ma Giovanni ci insegna che lo sguardo spirituale non nasce all’improvviso ma cresce nel silenzio, nella fedeltà, nella lotta interiore, nella disponibilità a lasciarsi sorprendere. È lo sguardo di chi non si accontenta dell’apparenza, di chi non riduce la vita a ciò che si vede, di chi sa che il Mistero può nascondersi anche in una colomba che vola o in un uomo che entra nell’acqua come tanti altri.

Forse il nostro cammino spirituale può ripartire proprio da qui: chiedere a Dio occhi nuovi, capaci di riconoscere la sua presenza nelle cose semplici, e allo stesso tempo preparare il cuore, come Giovanni, con piccoli gesti quotidiani di ascolto, di silenzio, di fedeltà. Non aspettare che si aprano i cieli, ma accorgerci che il cielo è sempre aperto se lo è anche il nostro cuore.

Che il Signore ci conceda allora di vivere le nostre giornate con questo sguardo: non quello di chi osserva da lontano, ma quello di chi si lascia toccare, sorprendere, trasformare. Così, anche noi, nelle acque ordinarie della vita, potremo vedere passare l’Agnello di Dio.

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