I cantieri aperti di papa Francesco

Ha offerto uno stile di lavoro sinodale e missionario, battendosi contro il clericalismo, contro il vivere la Chiesa come potere e non come servizio. Celebrare la sua memoria allora, significa rimboccarsi le maniche e lavorare nei cantieri che ha aperto. Nel primo anniversario della morte di papa Francesco, Luca Vitali, saggista e formatore esperto in spiritualità e pastorale missionaria, riflette su cosa resta del pontificato del Papa argentino durato dodici anni, dal 13 marzo 2013 al 21 aprile del 2025.

È già passato un anno. Il 21 aprile 2025 infatti moriva papa Francesco dopo essersi congedato dalla sua gente nel suo ultimo bagno di folla in Vaticano.

Sarà ricordato come il primo papa gesuita, il primo ad aver osato assumere il nome di Francesco, il primo latino-americano venuto dalla “fine del mondo”, il primo papa della storia contemporanea a indossare le scarpe nere e a salire sull’aereo portandosi la valigetta con gli effetti personali. È stato un papa straordinario e ordinario. Per alcuni forse troppo – troppo ordinario per chi si aspettava un papa-monarca.

Con la sua vita voleva narrare l’amore di un Dio che si è fatto carne, che chiama a toccare la carne di Cristo nelle sue membra doloranti, i poveri. Un papa che, dopo gli scandali vaticani che avevano portato Benedetto XVI alle dimissioni, ha scelto la via del Vangelo per far rinascere la fiducia del popolo.
I suoi detrattori lo hanno criticato per una eccessiva “normalità”, per un linguaggio quasi banale e per aver fatto gesti troppo “umani”, ma il suo stile evangelico ha riportato la Chiesa a essere simpatica, profetica, credibile.

Francesco, con il suo magistero ha aperto cantieri perché il cambiamento d’epoca non consente di restare con le mani in mano, ma spesso, nonostante le sue insistenze siamo rimasti a guardare senza accettare di sporcarci le mani.

Aveva chiesto alla Chiesa italiana a Firenze di leggere e studiare l’Evangelii Gaudium, il suo documento programmatico, di renderlo un testo guida per le parrocchie e le diocesi ma spesso è stato più citato che trasformato in azione.

Aveva domandato una trasformazione di linguaggi, usi, consuetudini, stili perché la comunità dei credenti fosse più missionaria, fosse più aperta al dialogo con le altre fedi, capace di accogliere le diversità delle realtà cattoliche sparse nel mondo come l’Amazzonia, ma le differenze spesso spaventano.

Ha offerto uno stile di lavoro sinodale e missionario, chiedendo il coraggio di prendere sul serio le ispirazioni del Popolo di Dio, di accettare che la realtà supera l’idea, che si fa carico della complessità delle storie personali e sociali e si considera chiesa peccatrice e pellegrina, in cammino con l’umanità tutta, ma talvolta si è preferito restare ancorati al “si è sempre fatto così” e ai privilegi.

Celebrare la sua memoria allora, a me pare, significhi rimboccarsi le maniche e lavorare nei cantieri che ha aperto. Ne segnalo almeno tre. Il primo: ripensare la Chiesa perché possa essere povera tra i poveri, con i poveri e come i poveri, più missionaria e fraterna. Il secondo: riscoprire una spiritualità della cura, della tenerezza, dell’attenzione verso gli “scartati”. Il terzo: ripensare al volto di Dio perché sia effettivamente quello che ci ha raccontato il Signore e non una nostra “strana” proiezione che spesso è alla base di conflitti, divisioni e guerre, come vediamo tristemente anche in questi giorni.

Facciamo attenzione però. Credo che il 21 aprile guardi bene da “lassù” a come saremo vestiti. Se ci troverà sporchi e impolverati sarà felice e ci farà un sorriso. Vorrà infatti dire che abbiamo preso sul serio il suo invito a essere una Chiesa scesa in strada, inquieta per aver udito e fatto propria la sofferenza del mondo (cf. EG 49).

Luca Vitali

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