Fondato nel 1959 dai Missionari Comboniani e sviluppato dai medici italiani Piero Corti e Lucille Teasdale, il Lacor Hospital di Gulu, nel Nord Uganda, continua oggi la sua missione anche grazie al sostegno della Fondazione Corti, nata per custodire e portare avanti questa eredità di cura.
Nel 2000, proprio questo ospedale affrontò la più grave epidemia di Ebola mai registrata in Uganda. Fu una ferita profonda, pagata anche con la vita da tredici membri del personale sanitario, tra cui il dottor Matthew Lukwiya, allora direttore sanitario dell’ospedale. Da allora, nel Nord Uganda, la parola Ebola non indica soltanto un virus: richiama volti, scelte, paura, coraggio. E soprattutto una responsabilità che il tempo non ha cancellato.
Per questo oggi, di fronte a un nuovo allarme nella regione, il Lacor Hospital si è attivato immediatamente per rafforzare la propria capacità di risposta. In Uganda, al momento, i casi registrati sono venti: un numero molto più contenuto rispetto alla Repubblica Democratica del Congo, dove l’epidemia conta oltre mille casi e appare fuori controllo. Ma il confine è vicino, in particolare nell’area del West Nile, e il rischio di diffusione richiede attenzione costante.
Il giorno stesso della dichiarazione dell’epidemia in Uganda, il dottor David Nyeko, vicedirettore dell’ospedale e presidente del Comitato per la Prevenzione e il Controllo delle Infezioni, ha convocato la task force interna. Clinici, infermieri, personale di laboratorio, farmacia, sicurezza, servizi tecnici e amministrazione si sono ritrovati attorno a una domanda concreta: se arrivasse un caso sospetto, che cosa è già pronto?
Da questa verifica è partita la ricognizione delle scorte di dispositivi di protezione, l’individuazione dei materiali mancanti e la preparazione di richieste urgenti per occhiali, grembiuli protettivi, termometri a infrarossi, soluzioni per l’igiene delle mani e dispenser. L’ospedale ha inoltre riattivato l’unità di isolamento, definito i punti di ingresso, rivisto il percorso dei pazienti sospetti e chiarito responsabilità e procedure di chiamata. Anche il laboratorio è stato integrato nel percorso, perché la rapidità della diagnosi è decisiva per evitare lunghi tempi di isolamento in attesa dei risultati.
La preparazione, però, non è rimasta sulla carta. Più di 200 membri dello staff sono già stati formati: medici, infermieri, tecnici, personale di laboratorio, addetti alle pulizie, sicurezza, ambulanze, camera mortuaria e squadre di sepoltura. La formazione ha raggiunto anche i centri sanitari periferici di Amuru e Pabbo e proseguirà a Opit.

«Dopo la parte teorica siamo andati in ogni reparto e abbiamo chiesto: se arriva un paziente sospetto, che cosa fate? Dove sono i vostri dispositivi? Li avete? Sapete dove sono conservati?», racconta il dottor Joel Ocora, medico del Lacor e coordinatore dei training. Domande semplici, ma decisive quando la sicurezza dipende dalla prontezza di ogni gesto.
Una parte centrale della formazione riguarda la vestizione e la svestizione dei dispositivi di protezione, una delle fasi più delicate: basta un movimento sbagliato per esporsi al rischio di contaminazione. L’unità di isolamento è stata organizzata con percorsi separati, una zona verde e una zona rossa, un’area per indossare i dispositivi e una per rimuoverli in sicurezza.
Anche il percorso del paziente è stato definito passo dopo passo. Se una persona con sintomi arriva al Pronto Soccorso o agli ambulatori, viene separata dagli altri pazienti e valutata. La febbre, da sola, non basta: contano la provenienza, eventuali viaggi in Congo o nel West Nile e possibili contatti a rischio. Se il sospetto viene confermato, si attivano i referenti interni, il laboratorio preleva i campioni e il paziente viene trasferito nell’unità di isolamento.
«La paura c’è stata», spiega il dottor Nyeko. «All’inizio molti temevano che Ebola sarebbe arrivata e che le persone sarebbero morte. Ma più il personale riceveva informazioni, più capiva che la paura poteva essere governata: bisogna conoscere la malattia, sapere come proteggersi e cosa fare». La direzione del Lacor ha dato un messaggio chiaro: nessuno sarà lasciato solo in prima linea.
Fuori dall’ospedale, l’Uganda ha rafforzato la sorveglianza, intensificato i controlli ai confini, avvicinato alle aree di frontiera i laboratori per individuare il virus al primo sospetto e monitora costantemente la situazione nella Repubblica Democratica del Congo. A preoccupare sono la fragilità del sistema sanitario congolese, le difficoltà di tracciamento, la sfiducia di alcune comunità e alcune pratiche funerarie che, durante un’epidemia di Ebola, possono diventare particolarmente pericolose.
La preparazione va mantenuta ogni giorno: scorte, dispositivi, materiali per l’igiene, controlli agli ingressi e personale dedicato devono restare pronti e adeguati. In questo impegno si inserisce anche il ruolo della Fondazione Corti, che sostiene il Lacor Hospital per rafforzare la disponibilità di materiali e dispositivi di protezione individuale.
Prepararsi non significa aspettare l’emergenza. Significa custodire la memoria di chi, in quell’ospedale, ha scelto di restare accanto ai malati anche quando la paura era più forte di tutto. Significa trasformare il dolore del passato in protezione per il presente. Al Lacor Hospital, l’eredità dei Missionari Comboniani, di Piero Corti, Lucille Teasdale, Matthew Lukwiya e di tutti gli operatori che hanno donato la vita continua a farsi cura concreta: perché nessuno, davanti a Ebola, sia lasciato solo.
