Morro Doce, in cammino con la Parola

Elena Conforto, attualmente nel Consiglio generale delle Missionarie di Maria – Saveriane, ha trascorso undici anni nel sud del Brasile, di cui quasi sette a Morro Doce (2004-2010). In queste righe, condivide la sua esperienza in questa vasta periferia di San Paolo

La vita degli abitanti di Morro Doce, vasto quartiere periferico della città di San Paolo, è sempre stata segnata dalle esigenze del lavoro. Molti si alzano alle prime luci dell’alba e impiegano da una a tre ore per raggiungere il posto di lavoro da cui rientrano a sera col buio. Molti giovani, dopo il lavoro, frequentano l’Università serale, arrivando a casa con l’ultimo autobus di mezzanotte, affrontando anche problemi di insicurezza. La vita in periferia è sempre molto dura perché, per aver accesso a servizi (ospedali, scuole, banche, grandi magazzini…), bisogna percorrere grandi distanze per raggiungerli.

Morro Doce appartiene a Brasilândia, la regione episcopale più povera e più recente dell’arcidiocesi, dove i giovani continuano a lottare per realizzare i loro sogni e solo una minima parte li realizza. Nel lavoro sono spesso sfruttati e sottopagati, gli afrobrasiliani in particolare subiscono umiliazioni e non pochi giovani vengono uccisi, sia da bande armate che da “forze dell’ordine”. Da vari anni la Chiesa lotta contro lo sterminio dei giovani.

Più di vent’anni fa il vescovo, Don Angélico Bernardino Sândolo, ci ha chiesto di andare in questa periferia dell’estremo nord-ovest della città, dove ancora non c’erano comunità cristiane cattoliche organizzate. A quel tempo, le quattro sorelle erano incaricate da sole di un’area parrocchiale assai vasta, in un quartiere di circa 80.000 abitanti. Quando invece sono arrivata io, nel 2004, c’erano già anche un prete diocesano e un religioso missionario, che con le sorelle accompagnavano le ventiquattro comunità della parrocchia. Noi avevamo il compito specifico di formare leader di pastorale. Ogni sorella era incaricata di quattro comunità: partecipava al consiglio, visitava le famiglie, si faceva carico di ciò che succedeva, sempre in comunione col parroco.

Mi fu affidata in particolare la pastorale della gioventù e la catechesi della cresima dell’intera area. Si poteva contare anche sull’appoggio dei Gesuiti del vicino Centro pastorale Santa Fè, che già si occupavano dei giovani di Morro Doce, offrendo corsi professionalizzanti e di preparazione all’università.

Noi sorelle abbiamo sempre avuto a cuore la realtà sociale, accompagnando i vari movimenti. Per esempio ci siamo adoperate insieme alla popolazione locale perché le quote di “credito di carbonio”, ottenute dalla trasformazione in gas metano delle emissioni della vicina discarica Banderantes (Perus, Sao Paulo), venissero impiegate a favore degli abitanti di quel quartiere, che pagava il prezzo in malattie e inquinamento per la presenza dei residui di buona parte della città. I movimenti sociali della zona si mobilitarono e ottennero qualche risultato; si impegnarono anche per impedire l’aggiunta di un’altra discarica.

Negli anni trascorsi in Brasile ho capito che la Parola di Dio ascoltata e condivisa aiuta le persone a prendere coscienza della propria dignità, muove a dare una risposta concreta ai bisogni quotidiani, secondo quanto disse Gesù: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Alle persone venute dall’interno, che soffrivano di isolamento e anonimato nella grande metropoli, la vita cristiana offriva la dimensione della vita comunitaria, centrata sulla Parola di Dio, letta e condivisa. In ogni comunità, una volta la settimana, c’era la celebrazione eucaristica o, in mancanza del prete, la celebrazione della Parola.

Ho fatto esperienza di comunità cristiane vive, mantenute e animate da laici capaci. Infatti, ogni comunità aveva il suo responsabile laico (donna, per la maggior parte), i ministri della Parola, i catechisti, i ministri straordinari dell’Eucarestia, i ministri dell’accoglienza… Il prete ancora oggi coordina, insegna, forma e amministra i sacramenti e presiede il consiglio della parrocchia.

Questo cammino mi ha fatto percepire un Dio presente, vivo, incarnato, più vicino e che cammina insieme al suo popolo; ho conosciuto una teologia con i piedi ben piantati per terra e il Vangelo mi è apparso più concreto. Morro Doce, che significa “collina dolce”, è stata per me una vera scuola in tante cose e mi è rimasta nel cuore.

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