Giammarinaro, esperta Onu sulla tratta: “La Libia non è un posto per migranti”

di Anna Moccia

«La tratta è divenuta un fenomeno circolare e tutta l’Africa ne è interessata». Lo afferma Maria Grazia Giammarinaro, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sul traffico di essere umani, intervistata a margine di uno dei panel dell’Assemblea generale di Talitha Kum, in cui ha condiviso riflessioni ed esperienze con le 86 delegate della rete di religiose impegnate in prima linea nella lotta al traffico di persone.

In Nigeria la piaga del traffico degli esseri umani ha assunto dimensioni enormi però il fenomeno si spinge ben oltre i confini di questo Paese. Quali sono a suo avviso gli hot spot di cui ancora non si parla, in cui dovrebbero essere intensificati gli sforzi contro la tratta?

«Purtroppo sono moltissime le zone di origine della tratta. La Nigeria e i Paesi limitrofi sono tutti interessati da questo fenomeno. In particolare, la regione dell’Edo State e la zona di Benin City costituiscono uno snodo particolarmente importante, dove l’azione repressiva dovrebbe essere molto più efficace. Poi ci sono altre zone come il Corno d’Africa dalle quali provengono flussi importanti di migranti e di profughi, che oggi chiamiamo “flussi misti”: sono persone che cercano di sfuggire a situazioni di conflitto ma anche di estrema povertà. Ed è tra queste categorie vulnerabili che si inserisce l’azione dei trafficanti. In generale, il fenomeno della tratta oramai è globale. Non possiamo più dire che ci sono delle zone di origine e zone di destinazione. All’interno di ciascuna regione ci sono flussi di traffico che spostano le persone dalle zone più povere alle zone più ricche. E così assistiamo a fenomeni “circolari”: dalla Nigeria partono molte ragazze, che poi vengono portate in Europa e schiavizzate nel settore della prostituzione, mentre dai Paesi limitrofi ci sono persone trafficate verso la Nigeria per fini prevalentemente di sfruttamento lavorativo».

Come mai se il fenomeno della tratta è conosciuto molti giovani continuano ancora a partire?

«Perché sono mossi dalla speranza di avere una vita migliore e di trovare un’opportunità che nel loro Paese di origine non hanno avuto. Talvolta, anche se qualcosa la si intuisce, si fa fatica a credere che sia vero, perché non si vuole rinunciare alle proprie speranze. In fondo, è quello che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita. Per cui dobbiamo capire che la prevenzione è molto più complessa di quanto si possa immaginare. Non basta fare campagne d’informazione. Occorre lavorare su progetti che valorizzino che le risorse locali e dare a questi giovani un’opportunità che permetta loro di non cadere nelle mani dei trafficanti».

Oggi si parla molto della Libia. La chiusura dei nostri porti ha fatto sì che molti uomini e donne fossero rimandati in questo Paese. Qual è la situazione attuale?

«La situazione attuale è che i centri di detenzione sono pieni di persone che avevano intrapreso un percorso migratorio e che ora sono bloccate in Libia. Sappiamo che in questi campi accadono cose terribili, come stupri, torture e vendita di schiavi. La Libia non è un Paese nel quale un migrante possa essere rimandato indietro, perché questo è in piena violazione del principio di non-refoulement ed è contro la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e la Convenzione contro la tortura. La politica dei porti chiusi naturalmente ha esacerbato questo problema. Ora ci aspettiamo che il nuovo governo faccia la sua parte per abbandonare definitivamente quella politica che ha portato a conseguenze tragiche e disumane. Per fortuna, sembra che i Paesi dell’Unione europea abbiano finalmente compreso che ci vuole anche solidarietà internazionale e, da un punto di vista di politiche di breve termine, le ricollocazioni sono una risposta importante, che va nella direzione giusta».

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