Le “donne crocifisse” dalla tratta: intervista a don Aldo Buonaiuto

di Anna Moccia

Il 25 novembre si è celebrata la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Don Aldo Buonaiuto, sacerdote della comunità Papa Giovanni XXIII, spiega perché questa data è così importante: “È fondamentale perché è un modo per dare voce e speranza alle tante donne che ancora oggi vivono nel terrore di denunciare questi uomini violenti. C’è poi un significato culturale profondo che ci spinge a un cambiamento di mentalità: da un’ottica maschilista e retrograda il passo è quello di guardare verso la parità di genere, che è l’unica dimensione per una vera civiltà”.

Come si può educare contro la violenza?
“Sicuramente le agenzie educative hanno un ruolo vitale, specialmente verso le nuove generazioni: devono trasmettere il valore assoluto della dignità della persona e il fatto che non si può comprare un essere umano per nessun motivo al mondo, così come non si può chiedere l’amore in modo forzato. Noi diciamo che chi tocca una donna commette un crimine contro l’umanità”.

Nel suo libro “Donne Crocifisse” ci racconta la realtà della tratta. Cosa si può fare per loro?
“Nel libro ho voluto far emergere la violenza sulle donne che vengono ogni giorno sfruttate e violentate nelle strade e nei locali dell’Italia e del mondo. C’è un’indifferenza spietata ma anche clienti senza scrupoli che comprano il corpo di chi magari avrà l’età delle loro figlie e nipoti. Sono rimasto sconcertato del fatto che molte testate non hanno citato tra le donne violate anche quelle della tratta. Pensando a loro, ho intitolato il libro “Donne crocifisse”, perché ogni giorno vengono violentate nell’indifferenza. Anche quando dopo anni riescono a scappare, si portano dietro delle ferite che non potranno rimarginarsi più. Pensate che il 37% di queste ragazze sono minorenni”.

Cosa ci può dire della realtà laziale?
“È una realtà drammatica per quanto riguarda la prostituzione su strada, che è presente purtroppo in molte zone della regione in modo cronico. Molte strade sono di proprietà dei clan e le donne, per lo più provenienti dall’Est o dalla Nigeria, devono pagare anche l’affitto del mattone che occupano alla mafia. Noi magari le notiamo al freddo dietro un cassonetto e nell’ignoranza pensiamo che sono lì per libera scelta. Ma nessuna donna nasce prostituta, c’è sempre qualcuno che ce la fa diventare. Un Paese civile come il nostro dovrebbe mettersi dalla parte di chi vuole liberarle e non di chi vuole renderle schiave”.

Cosa direbbe ad una donna che non trova il coraggio di denunciare?
“Una donna in condizioni di tratta spesso teme minacce o ritorsioni. Chi subisce violenze domestiche spesso ha paura per i propri figli. Sicuramente è importante che trovino il coraggio di opporsi già al primo segnale di violenza, senza tollerare neanche uno schiaffo. La violenza non è mai amore ma sempre segno di distruzione e i rapporti veri non possono mai essere macchiati da questo segnale”.

(Pubblicata su inserto di Avvenire Lazio Sette del 1° dicembre 2019)

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