La missione di padre Kizito: la vocazione, le sfide, l’amore per l’Africa

di Anna Moccia

La vocazione non è mai una scelta ma una risposta. È la risposta alle inquietudini che abbiamo nel cuore. E quando percepiamo di camminare sulla strada giusta, sentiamo gioia e pace nel viverla, sebbene vi siano delle difficoltà. Come quelle che quotidianamente vive padre Renato Sesana, missionario comboniano che dagli anni ’70 lavora in Africa, dove oggi tutti lo chiamano “Kizito”, dal nome di un martire africano. Ha fondato varie comunità nello Zambia e a Nairobi, in Kenya, dove accoglie i bambini di strada delle periferie per dare loro un’opportunità di vita migliore.

Cosa faceva prima di diventare missionario?

«Lavoravo come perito meccanico in un’azienda motociclistica e di sera frequentavo l’università quando ho intuito che la mia professione e ambizione non potevano prescindere da una vocazione più grande che sentivo nel cuore».

Perché ha scelto la famiglia comboniana?

«Quando ho sentito la chiamata, che per me si è manifestata come la necessità di mettere alla prova la mia fede, anche di imparare a comunicarla, l’assistente dell’oratorio, che frequentavo poco, mi suggerii di chiedere ad un missionario originario della nostra parrocchia, padre Gianni Corti, che era in vacanza. Lo incontrai e padre Gianni mi mise davanti diverse opzioni e soprattutto mi convinse ancora più di una scelta di vita missionaria. Ma non mi disse mai a quale congregazione lui appartenesse, e mi suggerii di pregare per fare la scelta giusta. Questo mi piacque molto. Fra le riviste che mi aveva suggerito di leggere c’era Nigrizia. Scrissi a tre o quattro degli indirizzi che mi aveva dato, e i primi a rispondere furono i comboniani che mi invitarono subito ad entrare in noviziato, dove poi è cresciuta la scelta incondizionata per l’Africa».

Perché proprio l’Africa?

«La prima volta che ci ho messo piede, nel 1971, mi sono accorto di essere arrivato a casa. In Africa ho incontrato un’umanità incentrata sulle relazioni, dove il Vangelo dell’amore di Dio per i suoi figli può portare a compimento la grande cultura tradizionale».

Qual è il ricordo più bello legato alla missione?

«Una delle tante straordinarie persone che ho incontrato fu Jibril Tutu. Nel 1995 per una serie di circostanze provvidenziali mi si presentò l’occasione di andare sui Monti Nuba, che erano al centro del Sudan, allora ancora un unico paese. Sapevo che c’erano delle piccole comunità cristiane, guidate da tre catechisti, che da dodici anni erano rimasti isolati a causa delle guerra civile. Ci arrivai partendo da Nairobi, con un piccolo aereo che dovette fare una sosta ma con sei ore di volo in totale. Volo clandestino, senza il permesso governativo, a rischio di essere abbattuti. Atterrammo su una pista di fortuna, nel bel mezzo di un campo di mais. Fra i primi a riceverci c’era Jibril Tutu, proprio uno dei tre catechisti. Con lui nei giorni successivi visitai le comunità cristiane, fatte tutte da persone che lui aveva istruito e battezzato. Jibril aveva creato nel pieno della guerra, con difficoltà indicibili, una comunità di comunità che era più di una grande parrocchia, in Italia sarebbe state un diocesi. E lui poco più di quarant’anni. con una famiglie a nove figli, ne era il padre, Un padre umile che mi presentava a tutti dicendo “finalmente abbiamo ricevuto un prete, oggi possiamo celebrare l’Eucarestia”. Con lui mi sentivo piccolo piccolo».

Cosa le ha insegnato questa esperienza?

«Furono giornate intense and emozionanti e l’inizio in un lungo rapporto col popolo Nuba che dura ancor oggi. Con Jibril ho capito il grande potenziale dei laici cristiani Africani. Potrebbero trasformare evangelicamente la Chiesa, se fossero più ascoltati e valorizzati».

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  1. Franco De Bonis ha detto:

    Sono felice e pieno di ammirazione per persone come padre Kizito e per tutti quelli che cristianamente dedicano la loro vita agli altri , ai più bisognosi , soprattutto in Africa dove c’è maggiore bisogno e maggiori difficoltà. Di persone così ce ne vorrebbero un gran numero.

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