La comunicazione interculturale tra indigeni e missionari

di Julio Caldeira *

Quando parliamo di popoli indigeni, dobbiamo prima riconoscere la diversità delle popolazioni indigene e delle nazionalità presenti nel continente americano. Solo nella Panamazzonia ci sono oltre 3 milioni di indigeni, appartenenti a 390 popoli, 137 dei quali vivono in isolamento volontario o senza contatti esterni e parlano 240 idiomi, appartenenti a 49 famiglie linguistiche. D’altra parte, come riconoscono gli ultimi tre pontefici (San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco), si deve riconoscere che i cinque secoli della presenza cattolica nel continente, segnati da luci e ombre, sono stati influenzati dalla mentalità e dalle diverse pratiche comunicative di ogni periodo.

IL CAMBIO DEL PARADIGMA COMUNICATIVO

L’intera epoca del colonialismo, fino agli anni ‘70, fu segnata dai tentativi di assimilare forzatamente i popoli indigeni alla cultura dei colonizzatori. Il modello comunicativo era dettato dalla convinzione che bisognasse acculturare gli indigeni alla cultura occidentale, in alcuni momenti anche attraverso la violenza e l’imposizione.

Data la consapevolezza della necessità di un cambiamento, è stato avviato un processo di “conversione interna”, passato dall’apertura al dialogo al riconoscimento reciproco, all’impegno sociale e ai processi di comunicazione interculturale, fino ai nuovi paradigmi per la convivenza nello stesso territorio, regione o paese di culture diverse, la necessità di intrecciare relazioni e convivenze interculturali, valorizzare la diversità etnica e culturale. 

PRATICHE INTERCULTURALI

Questa pratica comunicativa è stata, in larga misura, adottata dalla maggior parte dei missionari dagli anni ‘70 in poi, con spazi e pratiche di comunicazione interculturale, ed ha portato a una maggiore interazione con le popolazioni indigene. Ciò è dovuto a due processi:

– l’ “aggiornamento” (rinnovamento) della pratica missionaria cattolica a partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e il percorso latinoamericano del Celam, motivato da teologi e missionari inseriti a fianco delle popolazioni indigene;

– il percorso di rafforzamento delle organizzazioni indigene, attraverso l’empowerment dei processi e un maggiore dialogo interculturale.

Una delle principali pratiche si è verificata (e si verifica) con il cambiamento di mentalità, che ha portato a un percorso di maggiore conoscenza dell’altro e della cultura stessa, eliminando pregiudizi e stereotipi mediante la ricerca di empatizzare, meta-comunicare e riequilibrare le relazioni.

A Putumayo, al confine tra Colombia, Ecuador e Perù, abbiamo identificato che i processi di comunicazione interculturale si sono verificati attraverso le visite reciproche (la pratica dell’ospitalità), la condivisione di valori comuni (come la famiglia, la spiritualità e il lavoro di comunità) e, di riflesso, nei riti inculturati (battesimo, matrimonio e spazi di spiritualità indo-cristiana).

Questo e molti altri esempi (come quelli di San Cristóbal de las Casas in Messico, Cauca in Colombia, Riobamba in Ecuador, Roraima in Brasile, ecc.) devono essere valutati e salvati per dimostrare la ricchezza di dialoghi autentici tra le persone e l’ambiente per la sostenibilità dell’umanità, dove le pratiche di comunicazione interculturale contribuiscono alla costruzione del grande progetto umano di un’ecologia integrale.

* Julio Caldeira IMC, reponsabile comunicazione REPAM

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