Cambiare vita a 40 anni si può. La storia di Cristina, dalla multinazionale alla missione in Uganda

Cristina Reverzani, dopo aver lavorato per anni come avvocato brevettuale, cambia vita. A 40 anni torna a studiare, si laurea in medicina e parte per l’Africa. «Sentivo che la mia vita non aveva senso. Oggi faccio quello che ho sempre amato, fin da bambina»

di Anna Moccia

Bisogna avere coraggio per essere felici, per realizzare i propri sogni, e accogliere l’amore, il dono più grande che la vita ci possa fare. La storia di Cristina Reverzani, medico di origine cadorina, ci insegna proprio questo: non rinunciare mai ai nostri sogni, anche quando tutto sembra già scritto.

«Volevo fare il medico fin da bambina – racconta a Terra e Missione -. Infatti, quando ero piccola e mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo: curare mia madre anziana e aiutare i bambini di colore. Dopo il liceo però ho preferito intraprendere una strada più sicura e così mi sono laureata in chimica a Milano. Ho trovato subito lavoro come esperta di brevetti nel settore chimico a livello europeo. Ho lavorato per diversi studi legali e poi per una grande multinazionale a Monaco di Baviera».

Tutto sembrava andare per il verso giusto: Cristina aveva 40 anni, si era sposata e svolgeva una professione di prestigio. Ma non ha esitato a voltare pagina. Una scelta radicale e inevitabile dopo i tanti viaggi in cui aveva toccato con mano la povertà e la sofferenza del prossimo.

«Svolgevo un lavoro bellissimo ma sentivo che la mia vita non aveva senso. I soldi non mi sono mai interessati, così come fare carriera. Per questo ho deciso di riprendere in mano le redini della mia vita e di studiare medicina per realizzare il sogno che da sempre portavo nel cuore: diventare un medico!»

A 40 anni Cristina si è iscritta alla Facoltà di Medicina presso l’Università di Monaco di Baviera, in sei anni si è laureata e poi ha deciso di partire per prestare servizio nel reparto di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale di Lacor, piccolo miracolo nei pressi di Gulu, nel nord dell’Uganda, che da piccolo dispensario dei missionari comboniani, grazie alla Fondazione Piero e Lucille Corti, è divenuto uno dei più grandi centri sanitari non profit dell’Africa con oltre 600 dipendenti, 550 studenti e circa 5.000 pazienti assistiti ogni giorno (Per sostenere i progetti della fondazione: https://fondazionecorti.it/cosa-puoi-fare-tu/).

Risponde così alla domanda “Quali caratteristiche sono indispensabili per un medico in missione?” «Sensibilità, umiltà e voglia di imparare. Mi sono resa conto di essere in grado di fare diverse cose da sola ma ho anche capito quanta strada debba ancora fare. Quando sono andata in Uganda per la prima volta mi ero posta la regola di non giudicare nessuno per tre mesi ed è quello che consiglierei ancora a tutti. Oltre all’amore per la missione, chi decide di intraprendere questo lavoro deve avere tanta voglia di imparare e di capire, senza pensare di andare lì con le soluzioni in mano, cercando di combinare insieme il rispetto delle culture locali e il carisma umanitario».

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