Con misericordia, diventare dono per gli altri

«Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). Commento al Vangelo del 2 agosto, XVIII domenica del tempo ordinario, a cura di Don Pierluigi Nicolardi*

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Parola del Signore

Con questa domenica lasciamo i discorsi parabolici e ci introduciamo nella cosiddetta “sezione dei pani”; in questa parte del vangelo si collocano due moltiplicazioni dei pani, la prima delle quali è oggetto della nostra riflessione.

Dopo aver parlato del regno, Gesù fa esperienza di due eventi che segnano il suo ministero; il primo è il fallimento della predicazione in Galilea a causa della mancanza di fede (cf. Mt 13,53-58) e il secondo, l’uccisione del Battista (cf. Mt 14,1-12).

Dopo questi eventi, Gesù sale su una barca e si dirige verso un luogo deserto; la morte del Battista segna un momento importante nella vita di Gesù, tanto sentire l’esigenza di ritirarsi nel deserto in solitudine. Il deserto è il luogo della solitudine del cuore, è lì che Dio parla e manifesta la sua volontà. «Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore», dice Dio (Os 2,16).

Nonostante il bisogno di solitudine, la folla cerca Gesù e lo raggiunge. Gesù, vedendoli, ne ha compassione. Quello di Gesù non è un sentimento di semplice pietà, per quanto nobile essa possa essere; egli, nei confronti della folla, mostra lo stesso atteggiamento di Dio. L’evangelista, infatti, non usa la parola sympátheia, che rimanda ad una certa comunanza di sentimenti, anche nel dolore; Matteo preferisce il termine più biblico esplakiste la cui radice ha a che fare con le viscere. La compassione di Gesù è, perciò, misericordia; anche in ebraico la misericordia è tradotta con la parola rahamim: Dio ha viscere di misericordia. È questo sentimento arcaico, quasi istintivo, che muove Gesù verso le folle guarendo i malati. Anche noi dovremmo imparare a passare dalla semplice pietà alla misericordia viscerale; dobbiamo segnare il passo dall’indignazione e dalla denuncia, che tuttavia non ci scalfisce, all’annuncio e all’azione concreta verso coloro che oggi sono le nuove folle.

E Gesù invita anche i suoi discepoli a compiere questa piccola conversione; i discepoli suggeriscono a Gesù di sciogliere la folla e rimandarla a casa, ma egli richiama i discepoli alla responsabilità: «Voi stessi dare loro da mangiare». Questa esortazione ha un doppio valore; anzitutto, è l’invito a mettersi in gioco, a rimboccarsi le maniche e rinunciare al ruolo di indignati per abbracciare le povertà e agire in tal senso. Ma c’è anche un ulteriore significato, forse anche più profondo; Gesù invita i suoi “a darsi da mangiare”.

La concatenazione dei verbi che seguono l’invito di Gesù è un chiaro rimando ai gesti dell’Eucaristia: i discepoli presentano quello che hanno – cinque pani e due pesci – e Gesù prende i pani e i pesci, li benedice, li spezza e li dà ai discepoli perché li distribuiscano. Gesti e parole rimandano all’Eucaristia, non solo. Gesti e parole aiutano i discepoli di allora, ma anche e soprattutto noi, a cogliere che c’è una Eucaristia sacramentale che rimanda ad una Eucaristia che definirei esistenziale. Gesù invita a passare dai gesti del sacramento (prende, benedice e spezza) ai gesti della vita, essere noi stessi pane spezzato per gli altri. Anche questa pagina del Vangelo, allora, ci esorta a ricomprendere la vita cristiana, a non considerarla a compartimenti stagni, come se l’aspetto sacramentale non abbia a che fare con la vita quotidiana.

Don Tonino Bello, riferendosi al gesto della lavanda dei piedi, afferma: «Non c’è Eucarestia dentro e lavanda dei piedi fuori. L’una e l’altra sono operazioni complementari da esprimere ambedue negli spazi dove i discepoli di Cristo si radunano e vivono. Fuori semmai c’è da portare la logica di quei doni: frutti che maturano in pienezza solo al calore della serra evangelica». Non c’è insomma, una Eucaristia che rimanga confinata solo nell’esperienza intimistica: essa deve diventare servizio – «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi», dice Gesù nel gesto della lavanda (Gv 13,15) – e dono di sé: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16).

Don Pierluigi Nicolardi

* Presbitero della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, Amministratore Parrocchiale di «S. Antonio da Padova» in Tricase (Le), Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Famiglia e AE di zona AGESCI «Lecce Ionica». Autore di Terra e Missione

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