Pierre e Mohamed, il valore del dialogo attraverso l’amicizia

Il libro “Pierre e Mohamed. Algeria, due martiri dell’amicizia” (EMI) ripercorre le tappe dell’amicizia tra Pierre Claverie, vescovo di Oran (Algeria), e Mohamed Bouchikhi, il suo autista musulmano. La recensione di Claudia Giampietro

di Claudia Giampietro

Pierre e Mohamed. Algeria, due martiri dell’amicizia (EMI, pp. 88, euro 9,50) è il testo dell’opera teatrale ispirata al vescovo martire in Algeria Pierre Claverie. L’autore è il francese Adrien Candiard, appartenente all’Ordine domenicano, di cui era membro anche Mons. Claverie. La sua immaginazione dà vita a un dialogo tra il vescovo algerino e il giovane autista musulmano Mohamed Bouchikhi, che ci mostra l’unicità di un’amicizia in grado di andare controcorrente per mettere al primo posto la relazione con Dio e con l’altro.

Nella prefazione, Timothy Radcliffe narra il primo incontro con il confratello a Roma e l’opera dei cattolici in Algeria che, pur essendo un’esigua minoranza, non si sono mai risparmiati per garantire un futuro ai giovani con l’apertura di biblioteche e la promozione dello studio. Radcliffe racconta un aneddoto che riassume perfettamente la vita di Claverie, avendo preso parte ai suoi funerali: “Una donna musulmana si alzò e disse che era diventata atea, ma che Pierre l’aveva ricondotta alla sua fede musulmana. Soggiunse: Era anche il mio vescovo” (p.9).

Il percorso di Claverie fu insolito: dopo aver compiuto i suoi studi in Francia, decise di tornare in Algeria, dov’era nato – pur se era vivo in lui il ricordo dell’inospitalità di quella terra per motivi storici. Egli, infatti, era consapevole del suo amore per un paese che aveva bisogno della sua testimonianza di pace. Si era impegnato nello studio dell’islam e della lingua araba, che aveva appreso in Libano con l’aiuto delle religiose dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. Era costantemente proteso verso la comprensione dell’altro, pronto a sfidare l’affermazione secondo cui nessuno è profeta in patria.

I testi che si susseguono nel libro sono un alternarsi di voci – quelle di Pierre e Mohamed – che nel momento del sacrificio estremo delle proprie vite si fondono in una sola voce, fautrice dell’autenticità di una relazione radicata nell’amore per le parole che costruiscono dialogo: “Il dialogo è opera da riprendere senza stancarsi mai: soltanto esso ci dà la possibilità di disarmare il fanatismo, in noi e nell’altro” (p.29).

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). I due amici Pierre e Mohamed furono uccisi da un’autobomba dei terroristi del Gruppo islamico armato, che Claverie criticava aspramente senza remore in ogni suo discorso pubblico. Il loro testamento è imparare l’arte di rimanere, anche a costo della propria vita.

Da appassionata di arte, lettura e luoghi sacri, mi colpiscono profondamente queste parole di Candiard: “I libri – o le cattedrali – ci sembrano più duraturi delle nostre amicizie. Ma è proprio in questo che sbagliamo. Perché nell’anima di coloro che hanno intravisto nell’amicizia di Pierre, nell’amicizia dei santi, un riflesso dell’amore di Dio, l’amicizia ha certamente costruito un po’ di vita eterna” (p.62).

Adrien Candiard ha pubblicato per EMI anche Comprendere l’islam e Sulla soglia della coscienza. La libertà del cristiano secondo Paolo. Ci si augura che la lettura di queste opere possa essere un’ispirazione a seguire il cammino spirituale di Pierre Claverie e dei diciotto compagni martiri d’Algeria, beatificati da Papa Francesco nel 2018.

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