Covid-19 nella Panamazzonia: un milione di contagi e quasi 26mila morti

Se c’è una regione in cui la pandemia del Covid-19 sta avendo le conseguenze più gravi è la Panamazzonia. I numeri ufficiali, raccolti dalla Rete Ecclesiale Panamazzonica – Repam, ci dicono che è stato superato già il milione di contagi e si sta arrivando ai 26mila morti, numeri impressionati, se consideriamo che stiamo parlando di una popolazione di 33 milioni di persone. Se si trattasse di un Paese, sarebbe il quarto nel mondo con maggior numero di contagi. Nel caso dei Popoli Indigeni, l’ultima informazione settimanale riporta 47.623 contagi e 1.556 morti.

di Luis Miguel Modino (REPAM)

Il primo bollettino della Repam, elaborato il 17 marzo, registrò 24 casi confermati e un morto. Potremmo dire che le prime settimane, considerando l’evoluzione successiva della propagazione della malattia, furono di relativa tranquillità. Il 30 aprile le cifre salirono a 20.471 casi confermati di contagi e 1.257 decessi, dato superato di gran lunga il 23 maggio, quando furono superati i 100 mila casi e, di lì in poi, ogni 12 giorni, i contagi riportarono 100mila casi in più. In effetti, in 100 giorni si passò da 100mila a un milione di contagi. Per quanto riguarda il numero di decessi, i mesi più duri sono stati quelli di maggio e giugno, con poco più di 6.500 decessi ogni mese, sebbene non possiamo affermare che nei mesi di luglio e agosto si siano ridotti in modo significativo.

Pandemie nell’Amazzonia

Le pandemie fanno parte della storia della Panamazzonia, come momenti tragici che hanno fatto strage dei Popoli Originari negli ultimi secoli. Gli invasori, sempre avidi nell’appropriazione delle risorse della regione, vedevamo i Popoli Indigeni come un impedimento per i loro progetti di sfruttamento. Oggi continua questa strategia, peraltro con l’appoggio dei differenti governi, che non solo non proteggono quelli che dovrebbero essere cittadini con pieni diritti, garantendo politiche pubbliche elementari di salute, educazione e protezione, ma che saccheggiano le risorse, lasciando una traccia di morte e distruzione, adesso anche a causa del Covid-19.

In questo tempo di pandemia, questa furia depredatoria contro l’Amazzonia non solo non s’è fermata, ma è aumentata, trasformandosi in una delle cause principali di contagio negli angoli più remoti. I distruttori dell’Amazzonia non sono in quarantena e, per giunta, si approfittano della paura di chi osserva la quarantena per fare piazza pulita delle risorse, secolarmente preservate dai Popoli Indigeni. L’attività mineraria illegale, gli incendi, la deforestazione abusiva, sono alcuni esempi di una situazione sempre più tragica e che non ha prospettive di soluzione a breve termine.

Azione della Chiesa e dei Popoli amazzonici

Non si può negare il ruolo della Chiesa cattolica, negli ultimi mesi, per cercare di contenere gli effetti di questa crudele pandemia nella Panamazzonia. In primo luogo, raccogliendo i numeri ufficiali, che mostrano la dimensione della situazione, sebbene è vero che i dati reali dei diversi governi sono più che evidenti, denunciando profeticamente l’abbandono e gli attacchi a cui vengono sottomessi i Popoli amazzonici. Nei differenti Paesi la Chiesa ha organizzato campagne per fornire ossigeno, alimenti, articoli di igiene e medicine a centinaia di migliaia di persone, specialmente i più poveri e abbandonati.

I Popoli amazzonici, soprattutto gli indigeni, si sono organizzati durante gli ultimi mesi per superare questa situazione di pandemia, aggravata dalle minacce e dall’abbandono dello Stato, evidenziando un nuovo episodio di resilienza come atteggiamento sempre presente in coloro che si sono visti obbligati a difendersi dagli storici attacchi. Alle molteplici iniziative locali, che hanno incontrato un chiaro appoggio della Chiesa cattolica, alleata dei Popoli Originari, come è accaduto nel Sinodo per l’Amazzonia, si aggiungono quelle regionali e mondiali di organizzazione popolare.

Che ne sarà dell’Amazzonia?

Il futuro è preoccupante. La crisi sociale ed economica provocata dal Covid-19 è una delle più gravi nelle ultime decadi. In America latina si evidenzia chiaramente, ancor di più nella regione amazzonica, sempre abbandonata dai governi dei nove Paesi che fanno parte dell’Amazzonia. Si prevede che in America Latina, alla fine del 2020, il numero di persone in estrema povertà sarà di 96 milioni, con un aumento di 28 milioni rispetto al 2019. Fino al mese di agosto, l’economia latinoamericana ha subito una recessione del 9,1%, secondo i dati della Commissione Economica per l’America Latina e il Caribe (CEPAL), un conto che pagano i poveri, dato che le risorse dei più ricchi si sono incrementate ancor di più in tempo di pandemia.

Il fatto di aver superato il milione di contagi e vedere che il numero dei morti non sta praticamente diminuendo ma rimane al di sopra dei 160 decessi al giorno, è una nuova opportunità perché il mondo si renda conto dell’importanza di appoggiare e difendere l’Amazzonia e i suoi popoli, specialmente in tempo di pandemia. È tempo di “amazzonizarsi”, di sensibilizzarsi, di prendere coscienza della necessità di unirci e alzare la voce per affrontare coloro che pretendono installare il caos.

Nota: La Rete Ecclesiale Panamazzonica – REPAM, dai suoi punti di Mappatura e Comunicazione, divulga la mappa di casi di Covid-19 nella Panamazzonia tutti i lunedì e giovedì, in base ai dati ufficiali dei ministeri della salute di ogni Paese e/o regione. Ulteriori informazioni: https://redamazonica.org/covid-19-panamazonia/

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