A Cesare ciò che è di Cesare. E noi siamo immagine del figlio di Dio

Commento al Vangelo a cura di Don Pierluigi Nicolardi*

Ci sono alcuni passaggi del Vangelo che citiamo a memoria, anzi, che talvolta sono entrati così tanto nel linguaggio comune da non sapere nemmeno che sono brani evangelici. È il caso quasi del celebre brano di questa XXIX domenica del tempo ordinario, il tributo a Cesare. Quando si vuole stigmatizzare il rapporto Chiesa-Stato, i più citano sempre enfaticamente queste parole: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».

In realtà, Gesù non ha voluto dare anzitempo una lezione di laicità dello Stato sovrano; il contesto del brano e le stesse parole di Gesù hanno un tenore ben più alto. Siamo nel contesto del discorso escatologico, ormai prossimi alla Pasqua e i Giudei vogliono trarre in fallo Gesù; e cercano di farlo punzecchiandolo sul tema delle imposte dovute a Cesare. Il terreno è per Gesù davvero molto scivoloso; se avesse detto che è lecito pagare i tributi si sarebbe inimicato il popolo, talvolta esasperato dalla pressione fiscale di Roma e della disonestà suoi esattori. Ma se anche avesse predicato contro il pagamento dei tributi avrebbe trovato l’ostilità di Roma.

Gesù non ha alcuna intenzione di entrare nella bagarre di questo discorso, allora chiede: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Come ancora oggi nelle monarchie, sulle monete era impressa l’effige del regnante a voler sottolineare a chi appartiene il denaro; la risposta dei farisei è scontata: «Di Cesare».

Gesù invita non tanto a tenere separata la vita di culto dalla vita politica. Nel celebre «Rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» ci consegna una verità importante: se sulle monete è impressa l’immagine di Cesare, sul vostro capo è impressa l’immagine di Dio. Su ciascuno di noi è impressa l’immagine e la somiglianza di Dio a motivo della nostra creaturalità; sul nostro volto ci sono i caratteri e il sigillo del Figlio di Dio: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,10).

Se noi apparteniamo a Dio, a lui solo dobbiamo rendere culto; Gesù, da un lato si tiene lontano dalla polemica con Cesare, dall’altro ci insegna a non avere padrone, a non piegare il ginocchio davanti a nulla e a nessuno, se non davanti a Dio solo.

Oltre la contrapposizione Stato-religione, Gesù ci ridona l’alta dignità della persona umana che si riflette nella sua radicale libertà.

Don Pierluigi Nicolardi

* Presbitero della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, Amministratore Parrocchiale di «S. Antonio da Padova» in Tricase (Le), Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Famiglia e AE di zona AGESCI «Lecce Ionica». Autore di Terra e Missione

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