Vangelo di domenica 27 dicembre: «Ogni famiglia è presepe»

La domenica successiva al Natale si celebra la Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, un esempio per tutte le famiglie cristiane. Commento al Vangelo a cura di don Pierluigi Nicolardi*

In questo tempo di Avvento in ogni famiglia c’è tanto fervore; si preparano l’albero di Natale e il presepe, cerando ognuno di metterci un po’ di fantasia e creatività, senza dimenticare la grande tradizione. In realtà, alcuni anni, mentre ho preparato il presepe in chiesa, ho pensato di essere molto radicale e, nella capanna, collocare solo uno specchio di modo che, ogni volta che ci fossimo affacciati a contemplare la Famiglia di Nazareth, stupiti, avremmo incrociato solo i nostri volti.

Già, perché se ci pensate bene, ogni famiglia è presepe!

Ogni famiglia è presepe, non solo perché ogni famiglia è fondata dall’amore di una mamma e di un papà – come Maria e Giuseppe; ogni famiglia è presepe perché la Santa Famiglia ha vissuto da protagonista tante vicende che sono proprie anche delle famiglie del nostro tempo.

La famiglia di Nazareth nasce nelle difficoltà; Maria – racconta il Vangelo di Matteo – rimase incinta per opera dello Spirito Santo (cf. Mt 1,18). E questo non deve essere stato facile né per Maria né per Giuseppe; il Vangelo di Matteo annota che Giuseppe, che pure era giusto, aveva deciso di licenziare la sua promessa sposa in segreto (Mt 1,19), mentre di Maria si parla di “turbamento” (Lc 1,29). Massimo Cacciari annota, in merito alla paura di Giuseppe e di Maria: «L’angelo rassicura il maschio che la donna che gli è promessa è pura ed egli non deve perciò temere (mè phobethés) di prenderla con sé. Ben altro si esprime nel mè phoboû che Gabriele rivolge a Maria: il timore e tremore che colgono la parthénos di fronte a quel saluto di incomprensibile altezza» (M. Cacciari, Generare Dio, pp. 15-16).

La famiglia di Nazareth ha vissuto anche il dramma dell’esilio (cf. Mt 2,13-18); anche oggi assistiamo a famiglie costrette ad una sorta di esilio forzato, causato da condizioni economiche sfavorevoli o, peggio ancora, a guerre e persecuzioni.

La santa Famiglia vive anche la fatica nel progredire nella fede. Non solo all’inizio della loro storia (cf. Mt 1,29; Lc 1,29), ma anche durante la loro vita famigliare hanno sentito il travaglio della fede (cf. Lc 2,19.51). Anche nelle nostre famiglie non manca la fatica del credere, soprattutto nell’età evolutiva dei figli. Non arrendersi, continuare a sperare e a pregare.

In ultimo, la Santa Famiglia, in particolare Maria, ha subito il dramma della sofferenza e della morte del figlio (cf. Gv 19,25). La prova estrema di solidarietà con tutte le famiglie di tutti i tempi.

Cosa c’è, allora, di più vicino alle nostre famiglie della Santa Famiglia? Cosa c’è di più vicino a noi e alle nostre esperienze familiari se non la vicenda umana di Maria, Giuseppe e Gesù? La famiglia di Nazareth è modello perché non si è sottratta a nessuna esperienza che è propriamente umana. A buona ragione, allora, approssimandoci al presepe possiamo scorgere nei volti di Giuseppe, di Maria e di Gesù il volto delle nostre famiglie.

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Don Pierluigi Nicolardi

* Presbitero della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, Parroco di «S. Antonio da Padova» in Tricase (Le), Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Famiglia e AE di zona AGESCI «Lecce Ionica». Autore di Terra e Missione

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