L’incarnazione come modo di presenza. Riflessioni di Wenceslas Kiaka, sj

La logica dell’incarnazione è una logica di prossimità. Come può la Chiesa accompagnare il percorso di risurrezione di un popolo? Quali gli atteggiamenti che aiutano, quali quelli che frenano? Riflessioni di padre Wenceslas Kiaka, gesuita originario della Repubblica Democratica del Congo.

P. Wenceslas Kiaka, sj*

Come persone totalmente consacrate a Dio sulle orme di Gesù Cristo, abbiamo ricevuto da Dio la chiamata, la vocazione e anche la grazia di porci accanto ai nostri fratelli e sorelle, non come persone che sanno tutto e che hanno tutto, ma come fratelli e sorelle che, partendo dalla dinamica dell’incarnazione, si fanno prossimi e solidali con gli altri, ascoltando i loro bisogni di salvezza e aiutandoli a rispondervi in Cristo. Dio non è venuto a salvarci come per magia, facendo tutto al nostro posto: è venuto a farsi uno di noi, vicino, amico, compagno di viaggio, di vita, e quindi nell’apertura alla persona umana, accogliendola nella sua realtà e al contempo cercando di aiutarla ad accedere al suo benessere integrale.

La logica dell’incarnazione è una logica di prossimità

È troppo facile venire dall’alto, con tutto quello che ci si immagina in noi stessi, e volerlo far applicare: la logica dell’incarnazione è una logica di prossimità, solidarietà, apertura, accompagnamento, ascolto delle persone e creatività autentica in loro favore. Sant’Ignazio, negli Esercizi Spirituali, invita a rivolgere uno “sguardo incarnato” alla realtà del mondo: contemplare com’è il mondo, come sono le persone, in quale situazione si trovano; ascoltare, sentire, percepire i loro reali bisogni di salvezza e vedere cos’hanno in loro come potenzialità, come valore, come disposizioni e talenti che occorre aiutarli a scoprire, ad assumere, a sviluppare e ad attuare.

Questa prospettiva ci conduce a una pastorale dell’accompagnamento più in ascolto. Mi ha colpito, durante il Sinodo dei Giovani, il fatto che non ci si è limitati a riflettere sui giovani ma li si è invitati ad esprimersi, li si è resi partecipi della ricerca del bene che li riguarda. È questa logica che oggi mi sembra importante: ascoltare le persone, le popolazioni, camminando con loro; in questo modo potremo riconoscere i loro reali bisogni di salvezza, lasciarcene toccare, commuovere, colpire e vedere come aiutare chi ne è colpito ad affrontarli.

Penso che dobbiamo rimanere sensibili alle situazioni urgenti, che richiedono un aiuto immediato, per salvare delle vite, delle persone. La Chiesa ha bisogno di donne coraggiose e compassionevoli come Madre Teresa di Calcutta, che ha testimoniato la carità pastorale e misericordiosa di Gesù facendosi carico direttamente dei più deboli, che erano in situazioni di povertà-male, cercando di soccorrerli attraverso la solidarietà immediata, dispiegando una grande creatività dell’amore di carità. Ma per lottare veramente contro la povertà, abbiamo anche bisogno di gente che, mettendosi all’ascolto delle persone e delle loro necessità, riflettano, preghino e discernano con loro per diagnosticare le cause di queste sofferenze, di queste povertà-male e che cerchino di affrontare il male alle radici non limitandosi a curarne le conseguenze.

L’umiltà dell’incarnazione

A questo livello, è importante per noi essere umili: dire a noi stessi che le persone che sono colpite da ogni tipo di povertà o miseria non sono solo persone indigenti, sono parte della soluzione. Dio non ci ha creati indigenti: c’è tutto un potenziale sepolto in noi; con la sua grazia e il suo aiuto queste persone sono capaci di molto. Si tratta dunque di aiutare le persone a credere in Dio, a credere in sé stesse, a credere nel loro potenziale e a credere che con Dio sono in grado di venire fuori, di contribuire efficacemente alla loro salvezza totale.

La logica paternalistica secondo cui ci commuoviamo davanti alle miserie e diamo aiuti per venire in soccorso, è buona ma non offre un aiuto duraturo, perché può creare dipendenze, fino a portare le persone a pensare che vivere per loro è continuare a mendicare, a dipendere dagli altri, anziché credere che con Dio esse stesse possono cooperare all’azione della loro salvezza.

È così che, a livello di pastorale, ho capito che dobbiamo prima rafforzare la dimensione dell’attaccamento, della fede in Dio e anche aiutare le persone a scoprire il meglio di loro stesse e ciò che, nella loro vita, fa loro problema, non permette loro di decollare, e lavorare con loro attraverso la preghiera, le attività e altri mezzi per poter non solo diagnosticare il problema, ma anche le sue cause e trovare insieme delle soluzioni. Non “al posto di”, ma “con” le persone. Non si tratta di far uscire le persone dalla povertà, ma di aiutarle a uscire esse stesse dalla povertà. Ciò non significa che dobbiamo restare meno attivi, meno impegnati, anzi: nel senso del rispetto delle persone, incoraggiarle a combattere e non lottare al loro posto. Combattere con loro, incoraggiandole a cercare il loro benessere integrale e duraturo.

Questo ci richiede un po’ più d’umiltà e anche uno sguardo positivo sulla realtà, sulle persone. Se Dio avesse concluso che non c’è niente di buono in questo mondo, nell’essere umano, scommetto che non si sarebbe fatto uomo per salvarci. Gesù, con l’incarnazione, viene con uno sguardo positivo, vede il meglio, il potenziale che è nelle persone, cerca di aiutarle a riconoscerlo, svilupparlo, promuoverlo, metterlo a disposizione per la propria salvezza, e non a ignorarlo, guardando solo al loro lato fragile, alle loro incongruenze.

È per questo che, per me, occorre più una pastorale di ascolto, di accompagnamento, di valorizzazione delle persone, di proclamazione del Vangelo dell’amore e della gioia, attraverso una qualità di presenza accanto persone, azioni che aprano loro orizzonti di gioia e di speranza. Dobbiamo impegnarci di più a insegnare alle persone come cooperare esse stesse alla propria salvezza.

Padre Wenceslas Kiaka, sj
Padre Wenceslas Kiaka, sj

* Padre Wenceslas Kiaka, gesuita originario della Repubblica Democratica del Congo. Da dieci anni dirige il Centro di spiritualità Amani (pace, in swahili), situato sulle rive del Lago Kivu, a Bukavu, nel Sud Kivu, nell’est del suo Paese. Formatore in spiritualità, rimane al contempo molto attento alle iniziative locali capaci di portare un vero benessere alla popolazione e un futuro migliore a tutta la nazione

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