Appello di Amnesty all’ambasciata iraniana di Roma per la liberazione di Ahmadreza Djalali

Manifestazione oggi alle 11, davanti all’ambasciata iraniana a Roma, per chiedere l’annullamento della condanna a morte e la scarcerazione di Ahmadreza Djalali. Presidio anche a Novara.

di Linda Compagnoni

Due sit-in, uno a Roma e uno a Novara, per lanciare un appello a favore di Ahmadreza Djalali, scienziato iraniano-svedese di 49 anni, arrestato nel 2016 dal regime di Teheran con l’accusa di spionaggio.

Dalle 11 alle 12 del 2 marzo 2021, davanti all’ambasciata iraniana a Roma (via Nomentana 361, altezza Sant’Agnese), la manifestazione di Amnesty International per chiedere l’annullamento dell’esecuzione della condanna a morte per impiccagione del ricercatore e la sua liberazione. Alle 18 si terrà anche un presidio a Novara, sede dell’Università del Piemonte Orientale, dove Djalali ha svolto attività di ricerca per cinque anni.

Lo scorso 24 novembre a Djalali viene comunicato il trasferimento in isolamento, nel braccio della morte, e l’impiccagione il giorno dopo. In questa stessa data Djalali chiama la moglie Vida per dirle addio e questa è stata l’ultima occasione in cui lei riceve sue notizie. A nulla sono valsi i tentativi da parte dell’avvocato di poter parlare con lui o avere notizie della sua salute.

Da allora l’esecuzione di Djalali è stata più volte sospesa e rimandata, in molti hanno parlato a suo favore, sono state scritte lettere, organizzati flash mob, diversi Premi Nobel (circa 134) si sono mobilitati per chiedere il suo scarceramento, ma a oggi nulla è cambiato.

Chi ha visitato Ahmadreza Djalali in carcere lo descrive avvilito, con il volto scavato e il battito cardiaco debole. Da alcune descrizioni sappiamo che l’uomo è costretto a vivere in condizioni molto rigide e per nulla igieniche, in piccolissimi spazi (180 cm × 180 cm), senza finestre né mobili e con solo delle coperte da usare per sdraiarsi e coprirsi.

Secondo quanto riporta il sito istituzionale di Amnesty, “oltre alle condizioni di vita disumane, Djalali (ha perso molti chili) è stato torturato e vive nel terrore costante dell’esecuzione. Più tempo rimarrà in carcere e più per lui aumenterà il rischio di morte”.

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