“Il tempio più importante siamo noi”

Nella III domenica di Quaresima ritroviamo il racconto della cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù, “nel desiderio di riportare l’attenzione del popolo verso l’essenziale, dalle tradizioni fatte di precetti e decreti all’unica legge, quella dell’amore”.  Commento al Vangelo a cura di non Pierluigi Nicolardi*

In questo tempo di Quaresima la liturgia sta accompagnando ciascuno, di domenica in domenica, in alcuni luoghi-simbolo della manifestazione e della presenza di Dio. Il deserto, luogo e tempo di solitudine, ma anche di incontro con Dio; si pensi alle parole del profeta Osea quando annuncia che Dio avrebbe attratto il popolo nel deserto e lì parlato al suo cuore (cf Os 2,16).  Il monte, luogo delle grandi teofanie di Dio, come ad Abramo sul Mòria (cf. Gen 22), o come per Mosè sull’Oreb (cf. Es 3; 19).

Questa domenica, III di Quaresima, l’evangelista Giovanni conduce il lettore nel tempio di Gerusalemme, il luogo più sacro alla tradizione israelitica. Il tempio rappresentava tutta la forza e la gloria del popolo, anche a motivo delle varie vicissitudini legate alla sua costruzione sotto i regni di Davide e Salomone, distruzione per mano di Nabucodonosor II, ricostruzione e successiva profanazione fino all’ampliamento sotto il regno di Erode il Grande; in esso era custodita l’Arca dell’Alleanza e tutta la religiosità del popolo era legata al culto nel tempio, tanto che, durante i periodi di esilio e di lontananza dal tempio, Israele sembra perdere ogni riferimento alla religione dei padri e sarà compito dei profeti riportare il culto al centro della vita del popolo.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio – noto anche come “purificazione del tempio” – mette in crisi la religiosità dei Giudei; quello di Gesù non è semplicemente un gesto di “ripulitura” del tempio, ma il tentativo di ricentrare la fede attorno ad un altro punto fermo che non è il tempio.

Anzitutto, la presenza dei venditori e dei cambiavalute non era un abuso; nel nostro immaginario forse abbiamo in mente le distese di bancarelle con oggetti sacri che affollano gli ingressi dei nostri grandi santuari. Il Tempio di Gerusalemme era costruito con diversi atri nei quali erano ammesse determinate categorie di persone: il primo atrio era detto “Cortili dei Gentili”, luogo nel quale erano ammessi i pagani e avveniva la compravendita degli animali per i sacrifici e venivano cambiate le monete per l’offerta al tempio; è qui che avviene l’episodio raccontato nei vangeli.

Gesù vuole ricentrare il culto del popolo giudaico, oramai smarrito tra vuote tradizioni e stanche pratiche; già i profeti, durante il tempo dell’esilio, avevano cercato di riportare l’attenzione del popolo non al culto del tempio, ma ad una fede fondata sulla Legge. Gesù stesso, nell’episodio delle nozze di Cana, nella simbologia delle 6 giare per la purificazione rituale trovate vuote, fatte riempire d’acqua poi trasformata in vino, richiama l’esigenza di una trasformazione radicale del culto: la fede giudaica è svuotata di significato a causa della numerosa precettistica imposta dalla tradizione e che ha fatto perdere di vista l’essenziale, Dio e il suo messaggio salvifico.

In questo contesto bisogna leggere la purificazione del tempio, nel desiderio di Gesù di riportare l’attenzione del popolo verso l’essenziale, dalle tradizioni fatte di precetti e decreti all’unica legge, quella dell’amore. Ed è la logica dell’amore a reggere la distruzione e ricostruzione del tempio invocata da Gesù; egli non si riferisce al tempio di Gerusalemme – anche se l’evangelista Giovanni scrive questo episodio proprio dopo la distruzione del tempio avvenuta nel 79 d.C. per mano di Tito – ma piuttosto a quello che avverrà del tempio del suo corpo, distrutto per risorgere in nome dell’amore.

Sarà san Paolo a riprendere la relazione tra tempio e corpo, ricordando che il tempio più importante siamo noi (cf. 1Cor 3,16) e che dobbiamo purificarlo da idoli e tradizioni sterili che offuscano la legge dell’amore.

Gesù e i mercanti nel tempio

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Don Pierluigi Nicolardi

* Presbitero della diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, Parroco di «S. Antonio da Padova» in Tricase (Le), Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Famiglia e AE di zona AGESCI «Lecce Ionica». Autore di Terra e Missione

Crediti foto: Anna Egorova/Collezione Essentials/Getty Images

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