Vite Intrecciate. Con mons. Oscar Romero nelle periferie

Il 24 marzo, ventinovesima Giornata dei missionari martiri, ricorreranno 41 anni da quel fatidico giorno in cui la vita di monsignor Oscar Arnulfo Romero, allora Arcivescovo di San Salvador, fu stroncata sull’altare, mentre celebrava l’Eucaristia. Il suo ricordo nelle parole di Elena Conforto, missionaria Saveriana

Udii parlare per la prima volta di Mons. Oscar Romero al gruppo giovanile che frequentavo presso i padri Saveriani di Desio, quando ci fu presentato il film sulla sua vita. Di lui mi ha sempre colpito il suo cammino di “conversione”.

I capi militari salvadoregni, al momento della sua nomina a pastore dell’Arcidiocesi di San Salvador nel febbraio del ’77, lo ritenevano un intellettuale che non avrebbe disturbato il regime che in quegli anni era al culmine della repressione sociale e politica. Mons. Romero era considerato “un uomo di studi, un topo di biblioteca”, non impegnato socialmente e politicamente; era visto come un conservatore. 

I governanti dell’epoca speravano che l’Arcivescovo, lontano da ogni impegno sociale, mantenesse una pastorale “spirituale”, distante dalle reali preoccupazioni della gente.

In realtà Mons. Romero, da subito, si è mosso in ben altra direzione: a poche settimane dalla sua nomina è stato assassinato p. Rutilio Grande e questo fatto lo ha segnato profondamente, tanto da impegnarsi al fianco dei poveri e degli esclusi.

Mons. Romero ha prestato un servizio appassionato, reso visibile in vari gesti profetici: ha chiesto che venisse aperta un’inchiesta sugli avvenimenti che avevano portato alla morte di p. Rutilio e di altri, ordinando la chiusura delle scuole e dei collegi per tre giorni. Ha osato mettere sotto accusa le istituzioni e la stessa corte suprema. Ha dato vita ad una commissione permanente per la difesa dei diritti umani. Inoltre, tramite le sue omelie trasmesse dalla radio dell’arcidiocesi e il giornale Orientacion, raggiungeva le parrocchie e tutta la gente semplice, bisognosa di un messaggio di speranza.

Mons. Romero era il vescovo dei poveri e un intrepido assertore della giustizia. Ora è martire della pace! Ha trascorso la sua vita in un’attività pastorale incessante per la grande passione che ha avuto per la sua gente. È stato assassinato mentre celebrava l’Eucarestia il 24 marzo del 1980. Qualche istante prima di morire ha detto: “in questo calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo”.

Nel 2003 sono stata destinata al Brasile, dove ho trascorso 11 anni, buona parte dei quali nella periferia di San Paolo, a Morro Doce, in una parrocchia molto estesa formata da una ventina di Comunità Ecclesiali di Base. Una di esse era dedicata a Mons. Romero, all’epoca, l’unica in tutta San Paolo.

Arrivando in questa megalopoli di più di 32 milioni di abitanti, mi ha fatto bene ritrovare un testimone che mi aveva accompagnato in gioventù e che avevo ammirato per il coraggio e l’amore per i più poveri. E soprattutto mi faceva bene ritrovarlo tra la gente della periferia, che come in Salvador lottava per il riconoscimento dei propri diritti: diritto ad un’abitazione degna, diritto all’acqua e a una rete di fognature, diritto all’asfalto e ai trasporti pubblici, diritto alla salute e all’educazione.

Ricordandomi della semplicità di Mons. Romero, comprendevo l’importanza di avvicinare la gente lì dove si trovava, nelle proprie case, negli ambienti di lavoro… e soprattutto, tutti insieme, in comunità e nei movimenti sociali. Ho sentito vero che “la missione è passione per Gesù Cristo e nello stesso tempo è passione per la gente” (Papa Francesco, GMM 2015).

Abbracciare la vita consacrata missionaria, con il voto di povertà, in questi contesti di periferia significa scegliere di seguire Cristo in questa sua preferenza per i piccoli, e come Lui identificarsi con i poveri, vivendo insieme a loro – proprio come ha fatto anche mons. Romero – nella precarietà dell’esistenza quotidiana, resa oggi ancora più fragile per la pandemia, subendo a volte gli stessi disagi o esponendosi agli stessi rischi.

Rinunciando all’esercizio di ogni potere, si diventa allora fratelli e sorelle di questa gente a cui si è inviate ed è bello quando a un certo punto arrivano a dire: “questa sorella è una dei nostri!” perché ti sei sporcata nel fango con loro, hai preso il gas al peperoncino durante le manifestazioni insieme alla gente del quartiere o hai dormito con loro per terra durante le marce.

La gente di Morro Doce mi ha insegnato che la Pace si costruisce con piccoli gesti di ogni giorno, incarnati nella cronaca quotidiana, quella personale ma anche e soprattutto quella comunitaria, che diventa così storia di salvezza; la gente  mi ha dimostrato con il suo impegno la necessità di occupare con perseveranza spazi di resistenza: “Gente semplice, facendo cose piccole, in luoghi senza importanza, riescono a fare cambiamenti straordinari” (Mons. Moacyr al 12° Interecclesiale delle CEBs).

Da Mons. Romero ho capito che la Pace è frutto della radicalità della Parola di Dio ed ha un prezzo: è un continuo invito alla conversione personale e a volte può richiedere anche il sacrificio della vita pagando col proprio sangue. Romero, martire della pace, mette in guardia dalla tentazione di ridurne le esigenze per paura dei potenti o addomesticandole per riguardo a chi comanda o per timore che ci coinvolga.

La Pace è un impegno che richiede tempo e i cui frutti sono affidati a Dio. Si innescano processi di cui forse magari non vedremo il compimento, ma – come dice Oscar Romero – questa è la differenza tra il capomastro e il manovale. Siamo manovali, non capomastri, servitori, non messia. Noi siamo profeti di un futuro per tanti motivi incerto e che non ci appartiene.

Profeti di un futuro non nostro

Ogni tanto ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio.
Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.
Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.
Nessun credo porta la perfezione.
Nessuna visita pastorale porta con sé tutte le soluzioni.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obbiettivo raggiunge la completezza.
Di questo si tratta:
Noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.
Non possiamo fare tutto,
però il rendersi conto di questo dà un senso di liberazione.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri
e faccia il resto.
Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri,
servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene.
(Preghiera attribuita a Mons. Romero)

Elena Conforto, missionaria Saveriana

Sr. Elena Conforto, mmx  @Elena_Conforto
Missionaria di Maria-Saveriana @Elena_Conforto

Crediti foto: Alison McKellar

Podcast. Ascolta l’intervista a Gianni Beretta, autore del documentario su mons. Romero

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