Palabek: frontiera missionaria sui passi di Don Bosco

Diario dell’esperienza missionaria vissuta a Palabek, in Uganda, da Marco Fulgaro, collaboratore laico del Settore per le Missioni Salesiane.

La fortuna di aver incontrato Don Bosco mi ha permesso di sperimentare in prima persona cosa volesse dire quel suo sguardo amoroso verso ogni giovane, in diverse parti del mondo.

Grazie all’impegno nell’animazione missionaria, prima come servizio volontario e ora come lavoro, ho potuto fare alcune esperienze brevi di missione che mi hanno aperto il cuore. È sempre bello ascoltare testimonianze di persone che danno la vita per gli altri, in contesti magari lontani dal proprio, percepire una vita che appare così diversa, immaginare volti, luoghi e situazioni, ma quando si ha la possibilità di andare nei posti e vedere con i propri occhi, anche per breve tempo, è tutta un’altra storia.

A gennaio dell’anno scorso, insieme a don Martín Lasarte del Settore Missioni dei Salesiani, ho intrapreso un viaggio in Uganda. Abbiamo visitato quattro comunità salesiane ma il focus era andare a conoscere il lavoro dei Salesiani nel campo rifugiati di Palabek.

Le Costituzioni Salesiane dicono, all’articolo 19, che “il salesiano è chiamato ad avere il senso del concreto ed è attento ai segni dei tempi, convinto che il Signore si manifesta anche attraverso le urgenze del momento e dei luoghi” rispondendo con tempestività alle esigenze giovanili, e io penso che questo valga anche per i tanti laici che in tutto il mondo collaborano nel portare avanti la missione educativa di Don Bosco.

Nel mondo di oggi un grandissimo numero di giovani sono costretti a lasciare la propria casa per spostarsi all’interno del proprio Paese, la maggioranza come sfollati interni, o cercando rifugio al di fuori di esso come “rifugiati”. Secondo i dati delle Nazioni Unite, ci sono al mondo circa 80 milioni di persone costrette a fuggire e a cercare riparo lontano da casa, di questi 26 milioni sono rifugiati.

Come Famiglia Salesiana, stiamo cercando di crescere nel servizio verso queste persone in situazioni di bisogno e una risposta concreta è la comunità salesiana di Palabek. L’Uganda, nonostante sia un paese piccolo e abbastanza povero, è il terzo paese al mondo per rifugiati accolti, sono ufficialmente circa 1,4 milioni, in particolare dal Sud Sudan e dalla Repubblica democratica del Congo. Da circa tre anni i salesiani si sono trasferiti all’interno dell’insediamento di Palabek cercando di animare le comunità presenti: oratorio, animazione delle dieci cappelle, scuola tecnica e tanti altri progetti.

Il nostro viaggio in Uganda, nel campo profughi di Palabek

Siamo partiti da Roma la sera del primo dell’anno e, dopo una sosta a Bombo, ci siamo diretti verso Palabek. Erano le 3:40, ore italiane: abbiamo fatto un viaggio di sei ore fino a Gulu, nel nord dell’Uganda, su una strada sempre dritta, attraversando i villaggi che si sviluppano intorno alle vie principali, immersi in un verde bellissimo e su una terra rossissima. Quello che mi ha colpito è stato vedere il Nilo, così distante dall’Egitto dove lo avevo conosciuto, scorgere tra gli alberi, babbuini e altre scimmie una centrale idroelettrica gestita da aziende straniere, una delle poche infrastrutture nel mezzo di una natura quasi incontaminata.

Da Gulu è iniziata la vera avventura: finiscono le strade più o meno asfaltate e si procede quasi a passo d’uomo per vie sterrate e inizio a scorgere diversi cartelli stradali che indicano insediamenti per rifugiati, solamente nella regione nord-occidentale dell’Uganda, infatti, ce ne sono circa 800.000.

Mi viene in mente quando in Italia e in Europa riusciamo ad intercettare una minima parte di questo immenso flusso di persone e pensiamo di essere invasi…

L’insediamento di Palabek è qualcosa di incredibile: oltre 20 km in lunghezza e una marea di persone accolte, più di 50.000 nel periodo in cui sono stato, praticamente una città. Le case, capanne molto semplici, sono distribuite in maniera ordinata, divise per quartieri e blocchi. Si portano avanti progetti di agricoltura e di allevamento e qualche piccola attività commerciale.

I Salesiani vivono in degli appartamenti molto sobri, nel mezzo dell’insediamento e cercano di fare il possibile per restituire speranza alle famiglie e ai numerosissimi giovani presenti. Gli strumenti sono quelli tipicamente salesiani: educazione attraverso corsi scolastici di diverso ordine e grado, formazione professionale, attività di oratorio, catechesi, accompagnamento spirituale e animazione delle sedici cappelle presenti nel campo e nei dintorni.

Diverse sono le costruzioni in corso, grazie alla generosità dei benefattori e al lavoro di persone locali, ma i Salesiani ci ricordano il vero segreto della loro azione che va ben oltre il fornire servizi materiali: la presenza in mezzo alla gente, sempre, senza interruzioni o condizioni.

Il lavoro dei missionari Salesiani a Palabek

Nell’ottica della sostenibilità e dello sviluppo umano integrale, l’azione pastorale si accompagna ad iniziative di microcredito, formazione all’economia domestica e ad altre iniziative di tipo economico per promuovere l’indipendenza e l’autosostentamento.

Ammetto che è impressionante vedere tanti giovani, mi dicono che solamente il 2% della popolazione del campo è costituita da anziani, e penso a quanto sia importante accompagnare il percorso di crescita per un futuro migliore. Quasi tutti vengono dal Sud Sudan, vittime di una guerra non voluta e trascinata negli anni, un Paese giovane con soli dieci anni di storia ma che non ha mai conosciuto la pace. Il confine è molto vicino, in particolare la capitale Juba, e c’è chi lo attraversa a piedi per tornare per qualche tempo, sbrigare qualche affare e tornare indietro.

Tutti vorrebbero tornare a casa, tutti vorrebbero non essere mai partiti. Nel campo sono presenti diverse tribù sudsudanesi, con lingue e culture differenti, con la maggior parte dei giovani presenti riesco a parlare in inglese senza troppi problemi.

Devo dire che la sensazione che ricevo visitando queste comunità è positiva: respiro un’aria di speranza e di allegria, nonostante le condizioni di vita non siano facili. Ai sorrisi sui volti delle persone, fanno da contraltare la povertà, la scarsità di acqua e la fame.

Capisco che un problema fondamentale che si vive qui è non avere niente da fare: se il passato è ben impresso nella memoria di tutti, soprattutto per coloro che hanno subito violenze e perso i propri cari nella guerra, e il futuro sembra lontano come una scintilla nell’orizzonte, il presente appare senza una forma, senza uno scopo.

Corresponsabili per un mondo diverso

Queste persone sono accolte, hanno la possibilità di ricevere un alloggio e cibo, anche se scarso, grazie agli aiuti internazionali, ma non possono lavorare né costruirsi una vita al di fuori del campo. Alcuni cercano dei modi per non pensare, magari rifugiandosi nell’alcool. Ci sono ferite che non possono essere rimarginate, ci vuole tempo e ci vuole l’impegno per costruire un mondo diverso, più giusto e in pace.

Il nome “Palabek”, nella lingua acholi significa “metti via la spada” ed è proprio un auspicio per la fine di ogni violenza e delle vendette tribali. Una delle tante sfide pastorali per i Salesiani è l’accompagnamento delle famiglie, nucleo importante attorno al quale si sviluppano le reti relazionali. Tante ragazze diventano madri molto giovani, se ne accorgono gli insegnanti che vedono le studentesse abbandonare i corsi di formazione in corso d’opera e tornare dopo un po’ di tempo con i propri neonati tra le braccia.

Il nostro viaggio si è svolto in un periodo di vacanza e molti giovani hanno approfittato dei giorni di riposo per riunirsi in oratorio per un torneo di calcio. Vengono a piedi da tutto il campo indossando orgogliosamente le loro magliette colorate donate dai Salesiani, diverse per ciascuna squadra, con tanto di tifosi, arbitri e regia del torneo. Non solo maschi, ma anche femmine, che si mettono in gioco anima e corpo, pochi indossano le scarpe, quasi tutti sono a piedi nudi tra la polvere dei campi di gioco. 

Ovviamente la mia presenza non passa inosservata, è molto raro vedere un giovane bianco camminare, sotto il sole cocente, per le vie del campo. Parlando con un ragazzo, mi confida il desiderio di ritornare nel suo Paese e la speranza che ciò sia possibile in pochi anni, nel frattempo studia e si è formato anche come catechista della sua comunità.

Tanti bambini giocano insieme correndo e mostrando con orgoglio i giocattoli realizzati da loro stessi che a me appaiono vere e proprie opere di micro ingegneria, poco conosciuti dalla mia generazione sempre più casalinga e tecnologica. Altri bambini si divertono passeggiando e giocando nell’area giochi con rudimentali giostrine vicino la comunità salesiana. Nella sala grande si alternano incontri di preghiera animati dai giovani a lezioni di inglese. Tanta spensieratezza emerge nei volti degli adolescenti, o forse è la gioia per aver trovato un clima familiare e un posto che possono sentire come “casa” anche se la casa è lontana ed appare ora irraggiungibile.

Nel buio della notte stellata si sentono da lontano canti tipici e il rumore dei bonghi… non c’è molta elettricità e, quindi, non è possibile uscire di sera. Quando ripartiamo da Palabek è una mattinata fresca, salutiamo questo posto così speciale con la speranza di tornarci, e ci dirigiamo verso Adjumani per raggiungere un altro campo, quello di Agojo, più piccolo e molto meno organizzato, dove ci aspettano per la Messa.

Anche a Palabek la missione è iniziata con una Messa e l’appoggio spirituale è la prima richiesta che viene fatta ai Salesiani, che tentano di imitare Don Bosco camminando con i piedi per terra e con lo sguardo rivolto verso il cielo.

Marco Fulgaro

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