Il coraggio di essere ultimi. Commento al Vangelo di domenica 19 settembre

“Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
Commento al Vangelo di domenica 19 settembre a cura di p. Antonio D’Agostino, mccj*

19 settembre 2021, XXV domenica del tempo ordinario, Anno B

Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

All’ultimo posto

Arrivati a Cafarnao Gesù avverte il bisogno di stare da solo con i suoi discepoli che non capiscono ancora il motivo della sua attività messianica e quindi la natura del discepolato. Essi hanno ancora nel cuore e nella mente l’idea di un messia allo stile di Davide, dove loro sperano di ottenere posti di rilievo, fama, prestigio e potere.

Ma Gesù è lontanissimo da questa idea messianica; egli è venuto per mettere in discussione un Sistema che schiaccia e opprime, è venuto a cambiare il cuore dell’uomo , è venuto a ricordarci che siamo tutti figli e figlie dello stesso Dio, Padre e Madre, e che tra noi non ci sono nemici o rivali, ma solo fratelli e sorelle.

Così Gesù, già in casa rivela ai suoi il sogno di Dio: dare vita a un regno dove l’emarginato, l’impoverito, il migrante, le vedove, i senza fissa dimora, si sentano accolti, amati e perdonati.

Il compito della Chiesa, insomma, portato avanti fra tante contraddizioni, che, a volte, più che madre è stata matrigna, colonizzando, opprimendo e sfruttando. Una Chiesa che, tuttora, utilizza un linguaggio militaresco, come chiamare ‘Generale’, la persona eletta come animatore di una congregazione, o chiamare ‘Superiore’ l’animatore di una piccola comunità religiosa.

Gesù invece a chi vuole seguirlo detta tre condizioni fondamentali:

  1. Chi vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti”, perché la vera autorità non si ottiene facendo a gara con gli altri per i posti più alti della società, ma promuovendo il bene comune, accogliendo e consolando quanti fanno più fatica nel vita;
  2. Chi vuole essere primo sia il servitore di tutti”, perché la vera gioia non sta nel servirsi degli altri ma nel donare la nostra vita, gratuitamente e senza riserve. Per noi comboniani l’esempio più bello è proprio quello di Comboni che soleva dire: “Non ho in cuore che il solo è puro bene della Chiesa, e per la salvezza di queste anime darei cento vite se le avessi”;
  3. Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”, perché i bambini rappresentano le persone più semplici, i piccoli, quelli che non contano nulla, coloro che sono stati ridotti a ‘scarto’, e che invece sono il vero volto di Gesù nella storia…
    Ma riguardo ai bambini Gesù fa un gesto che è fondamentale nel testo di oggi. Dice Marco: “e preso un bambino lo pose in mezzo a loro, e abbracciandolo disse loro…”.
    Il significato di questo gesto è evidente: chi vuole essere discepolo/a di Gesù deve avere a cuore il bene dei più piccoli di questo mondo. Come?…abbracciandoli, avendo cura della loro vita, facendo causa comune con loro.

Ecco allora perché Gesù per la seconda volta cerca di far capire ai suoi discepoli che sarebbe stato ucciso; sì, perché chi, come Gesù, mette in discussione il Sistema, viene fatto fuori….ma dopo 3 giorni risorge perché il Padre rimane fedele alla sua promessa!

Padre Antonio D'Agostino, missionario comboniano

* P. Antonio D’Agostino è missionario comboniano, attualmente in Italia e impegnato nella Pastorale Giovanile a Padova. Come esperienze di missione all’estero, ha vissuto 10 anni in Africa, tra Uganda e Kenya, e 14 in Ecuador, dove ho anche conseguito la laurea in antropologia.

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