E noi che cosa dobbiamo fare? Commento missionario al Vangelo della domenica

“Non può esserci vera conversione senza un riscontro palese a partire dalle nostre scelte quotidiane”. Commento al Vangelo di domenica 12 dicembre a cura di p. Antonio D’Agostino, mccj*

Domenica 12 dicembre 2021 (III Domenica di Avvento – Anno C)

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Parola del Signore.

Essere discepoli e discepole di Dio Padre e Madre non è un assunto etico-morale o ideologico. Benedetto XVI ce l’ha ricordato, e Francesco l’ha ripreso nella Evangelii Gaudium: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva” (EG 7).

Ricordo ancora la mia professoressa di filosofia che in quarta liceo classico, toccando il tema della fede, lei dichiaratamente comunista e atea, mi sfidava davanti a tutta la classe, maggioritariamente comunista – siamo nel 1978 a Bari – con domande tipo “Dov’è il tuo Dio Antonio? Come mai non fa nulla di fronte a tutti i mali che ci circondano? E poi, ti sei mai chiesto perché sei cattolico, perché dici di credere in Dio? Se tu fossi nato in Cina, pensi che saresti stato cattolico o magari taoista, buddista e altro?”

Riconosco che in quel momento appena balbettai qualcosa, ero stato trovato impreparato. Ma qualche giorno dopo mi ripresi e davanti a tutta la classe, presente anche la professoressa, ebbi il coraggio di dire: “professoressa, non so cosa sarebbe stato di me se fossi nato in un altro Paese, ma io sono nato in Italia e ringrazio i miei genitori che mi hanno accompagnato alla fede in Gesù, di cui non so tante cose, ma ogni giorno la sua parola, per me così rivoluzionaria, mi parla e mi invita a seguirlo in compagnia di tante altre persone, mettendo al suo servizio la mia vita per un mondo più giusto e umano, proprio come Marx sognava”.

Ci fu una risata generale, poi silenzio. Infine, intervenne la professoressa che mi abbracciò e disse: “Non sono d’accordo con la tua scelta di fede, per me Gesù è stato solo un sognatore, ma ti dò ragione riguardo a Marx; comunque, da ora in poi rispetterò le tue convinzioni per il coraggio che hai avuto di parlarne davanti alla tua classe”.

Considero che questa sia la chiave di lettura del Vangelo di questa terza domenica di Avvento: la fede in Gesù Cristo è sì un dono del Signore, ma alla quale aderiamo nell’ascolto della sua Parola, che ci dà la forza e il coraggio di cambiare mentalità. Per cui, la nostra appartenenza a Gesù non è una questione familiare, una sorta di eredità acquisita per tradizione, ma un’adesione personale scaturita da un incontro trasformatore e generativo e di nuovi momenti di comunione lungo tutta la nostra esistenza. Direi di più, la fede non è l’adesione a degli insegnamenti o a delle leggi, ma è un affidarsi alla vita che viene prima di noi, ci attraversa e va oltre noi; l’unico modo di stare dentro la vita è indebolirsi, liberarsi dalle catene del proprio ego, esporsi senza mai rinchiudersi, aprirsi, pregare, vivere il senso del vuoto e della precarietà, che ti fa capire che tu non basti a te stesso.

A questo aggiungerei che il criterio che deve accompagnare chi si mette alla sequela di Gesù è il servizio: il dono ricevuto della vita non mi serve per esaltarmi o inorgoglirmi ma per partecipare, secondo le mie capacità, alla costruzione del regno di Dio, al bene comune, a un mondo migliore.

Così, alle folle che andavano a farsi battezzare, Giovanni già aveva detto loro che non è sufficiente dichiararsi figli di Abramo per ottenere la salvezza (Lc 3,7) ma un vero cambio di vita, che dà nuovo sapore all’esistenza.

Il cambiamento parte dalla nostra testa e dal nostro cuore e si concretizza nelle scelte quotidiane. Oggi, con le parole di Benedetto XVI, diremmo che “le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, nei quali, la ricerca del vero, del bello e del buono – e la comunione con gli altri esseri viventi per una crescita comune – siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (CV 51).

Io aggiungerei che chi ha incontrato il Signore non può lasciarsi sopraffare dalla tristezza che scaturisce da un cuore comodo e avaro, annientato da piaceri superficiali e schiavizzanti, tanto da chiudersi agli altri e ai bisogni degli impoveriti.

Ecco, allora il monito del Battista che abbiamo ascoltato domenica scorsa “Fate dunque opere degne della conversione (Lc 3, 8), cioè cambiate stile di vita. In altre parole, chi decide di vivere come figlio/a di Dio, Padre e Madre di tutta la creazione, non può certo accontentarsi delle tante preghiere recitate, messe, rosari o processioni, ma poi essere trovato con un cuore vuoto, insensibile ai bisogni di quanti incontriamo nel nostro cammino quotidiano. Come ci dirà Luca, essere figlio o figlia del Padre è avere a cuore e occuparsi del bene di tutte le sue creature.

E allora che cosa possiamo fare?

Nel Vangelo di oggi sono introdotte 3 categorie di persone che chiedono al Battista cosa fare.

Alle folle, Giovanni non si limita a dare dei consigli morali o magari spirituali, ma mette le mette, e con loro ognuno/a di noi, di fronte alla realtà sociale, dove ci giochiamo, con le nostre scelte di vita, la nostra appartenenza radicale: o a Dio, o a mammona.

Dice loro il Battista: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto”. È il cammino della solidarietà con chi si trova in difficoltà.

Ce n’è anche per i pubblicani e i soldati che, sebbene rappresentino la dittatura del denaro iniquo e sono odiati a morte dal popolo, possono ancora contare sulla misericordia di Dio, sempre e quando, secondo il Battista, essi siano giusti e non abusino della loro posizione di forza.

Il Vangelo di oggi, quindi, ci sta dicendo che non può esserci vera conversione senza un riscontro palese a partire dalle nostre scelte quotidiane, in cui mettiamo ciò che siamo e ciò che abbiamo al servizio dei più bisognosi. Sì, perché, come diceva San Basilio Magno “Un albero si riconosce dai suoi frutti, un uomo dalle sue azioni. Una buona azione non è mai perduta. Chi semina cortesia miete amicizia, e chi pianta gentilezza raccoglie”.

Anche oggi, vale la stessa disposizione d’animo; e a questo proposito ci viene incontro Papa Francesco che, senza peli sulla lingua, ci invita a non essere cristiani da poltrona, e di saper ascoltare il dolore dei nostri simili. Solo allora il nostro cuore sarà pronto a ricevere Gesù, il vero volto di Dio, che viene a rinnovare il mondo, non con la violenza, come sembrava immaginarlo il Battista, ma a colpi di misericordia.

Il segno, infatti, che contraddistingue una reale esperienza di fede e vita nuova in Cristo è l’opzione per gli ultimi, per i poveri, per quelli che la società tratta come scarto umano.

A questo punto, mi permetto di concludere questa mia riflessione con un canto che, sin da ragazzo, mi ha sempre commosso, e che racconta il dialogo tra una bambina e un presbitero.

Un giorno una bambina mi fermò, aveva carta e penna, lì, con sè; doveva fare un compito e perciò, guardandomi negli occhi domandò: “Vorrei sapere, Padre, cosa fare per avere la felicità”.
Amar come Gesù amò, sognar come Gesù sognò,
pensar come Gesù pensò, scherzar come Gesù scherzò,
sentir come Gesù sentiva, gioir come Gesù gioiva,
e quando arriverà la sera tu ti senti pazza di felicità.
Sentendomi dettare tutto ciò, mi disse ch’era bello, ma però mi chiese di ripetere perché potesse calma scrivere con me. Con un sorriso angelico ricominciò pensando alla felicità.
Amar come Gesù amò, sognar come Gesù sognò,
pensar come Gesù pensò, scherzar come Gesù scherzò,
sentir come Gesù sentiva, gioir come Gesù gioiva,
e quando arriverà la sera tu ti senti pazza di felicità.
E quando, ripetendo, terminai, dal foglio non staccava gli occhi suoi; allora accarezzandola spiegai di scrivere con molta fedeltà. Ed ella soddisfatta un bacio mi donò e insieme a me così cantò.
Amar come Gesù amò, sognar come Gesù sognò,
pensar come Gesù pensò, scherzar come Gesù scherzò,
sentir come Gesù sentiva, gioir come Gesù gioiva,
e quando arriverà la sera tu ti senti pazza di felicità.

Padre Antonio D'Agostino, missionario comboniano

* P. Antonio D’Agostino è missionario comboniano, attualmente in Italia e impegnato nella Pastorale Giovanile a Padova. Come esperienze di missione all’estero, ha vissuto 10 anni in Africa, tra Uganda e Kenya, e 14 in Ecuador, dove ho anche conseguito la laurea in antropologia.

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