Giornata del malato. Suor Monica, medico missionario: «Essere strumenti del cuore materno di Dio»

L’11 febbraio ricorre la trentesima Giornata mondiale del Malato. Voluta da papa Giovanni Paolo II, questo momento di riflessione e spiritualità è un’occasione per porre la nostra attenzione sul tema della sofferenza, barriera che coinvolge tutti, e su quanti silenziosamente si prodigano per essere “presenza viva” della Chiesa accanto a chi è nella prova. L’editoriale di suor Monica Luparello, missionaria comboniana, medico in Ciad e Mozambico.

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Questo il tema scelto da Papa Francesco per la 30ª Giornata Mondiale del Malato, che mi ha immediatamente rimandato indietro nel tempo, alla fine degli anni ‘90 e all’inizio della mia vita missionaria.

Mi trovavo in un ospedale nel sud del Ciad e sperimentavo quella fatica, di cui scrive bene il Santo Padre, di “assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie” necessarie.

Molte persone arrivavano in ritardo e, spesso, nonostante le nostre raccomandazioni. Da medico zelante e inesperta missionaria questo mi irritava molto perché dovevo continuare a vedere casi gravi, che avrebbero potuto essere evitati.

Perché questa gente non faceva quello che gli si era tanto raccomandato, spiegato e che avevano mostrato di capire? Ed era proprio allora che risuonavano in me le parole di Gesù, che il Papa ricorda: quante volte anch’io avevo letto questo o quel passo del Vangelo e poi non lo avevo messo in pratica, quante volte ero stata perdonata …e adesso che toccava a me essere misericordiosa, mi era così difficile!

Il tempo mi ha insegnato che dietro ogni decisione c’era una complessa rete di relazioni, una cultura diversa dalla mia, una scala di priorità incomprensibile al primo sguardo, ed ero io che dovevo cambiare stile, accettando i miei fratelli e sorelle cosi come erano e cercando di essere per loro un segno della misericordia, dell’accoglienza gratuita e libera di Dio, del Padre che vuole solo la vita e la gioia dei suoi figli.

Il tema della giornata si amplia nelle parole “Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità” e questa penso sia una buona definizione del servizio medico missionario, che ho svolto in Africa per molti anni e questo è quanto ho cercato di insegnare ai miei studenti, quando poi mi è stato chiesto di lavorare all’università.

Mettersi accanto a chi soffre, sapendo che forse non sarà possibile risolvere tutto ma impegnarsi al massimo per fare ciò che è possibile; sentire come miei il dolore e la paura dei malati e delle loro famiglie, affiancare il personale, non sempre formato in modo adeguato e fare con tutti un cammino.

Ho imparato anch’io: dico spesso che i mei malati e il personale con cui ho collaborato mi hanno insegnato a dire buongiorno, prima di ogni altra direttiva per la giornata, a dire grazie e a celebrare la vita, sempre e comunque, anche in mezzo alle difficoltà.

Mi sono resa conto di quante ingiustizie pesano sulle spalle e sulla vita dei piccoli, di coloro che non hanno voce, che sembrano non avere diritto ai farmaci necessari, a una sala operatoria perfettamente funzionante e in questi giorni a vaccini sicuri ed efficaci. E quanta responsabilità abbiamo noi, del mondo occidentale, dei cambiamenti climatici che poi determinano eventi gravi, che causano sofferenza e morte nel Sud del mondo.

Io ho avuto il dono di vedere tutto questo con i miei occhi, di viverlo sulla mia pelle e non posso tacere!

Ma ho visto anche la voglia di imparare degli studenti, l’impegno di studiare anche in una lingua diversa da quella materna, la gioia di capire e l’entusiasmo di lavorare. Ho visto giovani pieni di sogni, come lo ero io alla loro età e credo sia un gesto di giustizia, che è una forma della carità, assicurare loro le stesse possibilità che ho avuto io, che abbiamo avuto noi perché questi sogni fioriscano.

Uno dei doni più belli del mio ministero a servizio dei malati è stato quello di aiutare molte donne a dare alla luce i loro figli, condividere tante ore di attesa, di impegno, di sforzo fino a quel pianto del neonato, nel quale si sciolgono tutte le tensioni e le ansie.

Quanti bambini ho sentito quasi come figli miei e quante volte ho pensato alle parole di Ezechiele 16, 1-14: Dio che ci accoglie e si prende cura di noi, quando ci dibattiamo, quando soffriamo e siamo alla ricerca e ci fa crescere e ci rende adulti.

Davvero, la cura dei malati è una scuola dove si toccano la fragilità dell’essere umano e le sue risorse inaspettate e dove si può imparare quale cura e quale compassione il Signore abbia per ciascuno di noi e come chieda a noi di essere strumento visibile del Suo Cuore materno.

Sr. Monica Luparello
Suora missionaria comboniana
Medico in Ciad e Mozambico

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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