“Vedere tutte le cose nuove in Cristo”: 500 anni dalla conversione di Ignazio di Loyola

Lo speciale giubileo ignaziano, indetto per celebrare i 500 anni della conversione di Sant’Ignazio di Loyola, raggiunge la tappa importante del 12 marzo, anniversario della canonizzazione di sant’Ignazio e di san Francesco Saverio.

di Paolo Monaco sj*

Il 12 marzo Papa Francesco ricorderà i 400 anni della canonizzazione di Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, insieme a Teresa d’Avila, Filippo Neri e Isidoro l’Agricoltore, in una celebrazione nella Chiesa del Gesù che coinvolgerà Gesuiti, Carmelitani e Oratoriani e che rappresenterà l’evento centrale dell’Anno Ignaziano in cui si fa memoria dei 500 anni della conversione di Ignazio.

Attraverso la canonizzazione di Ignazio e Francesco Saverio gli «Esercizi spirituali» e la spiritualità ignaziana sono state riconosciute dalla Chiesa come una via di santità personale e comunitaria, donata dallo Spirito Santo a tutta l’umanità.

Una santità che è frutto di amicizia spirituale: «Vivevamo sempre insieme, ripartendo la camera, la mensa, la borsa; e poi egli mi era insegnante di vita spirituale, dandomi possibilità di ascendere alla conoscenza della volontà divina e della mia propria. Così fu che divenimmo una cosa sola nei desideri, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita che ora teniamo tutti noi, i quali facciamo o faremo parte di questa Compagnia, di cui io non sono degno» («Memoriale», n. 8), racconta Pietro Favre del periodo vissuto a Parigi con Ignazio e Francesco Saverio.

E cosa dire dell’amicizia spirituale tra Ignazio e Filippo Neri? Recentemente, grazie agli Itinerari Ignaziani, abbiamo scoperto due targhe nel luogo dove il santo romano confessava: «Qui S. Ignazio di Loiola… e altri uomini santi, si trattenevano seco in discorsi di Dio, ed in ginocchione gli chiedevano la benedizione”; “S. Ignazio di Loiola pregando Dio a mostrargli dove fosse Spirito, vide un globo di fuoco sopra questa casa, dove viveva il P.S. Filippo Neri».

Luminose le parole di Francesco Saverio mentre è in missione: «Dio nostro Signore sa quanto la mia anima si consolerebbe di più nel vedervi che non nello scrivere questa lettera così malsicura a causa della grande distanza esistente fra Roma e questi luoghi. Ma poiché Dio nostro Signore ci tiene divisi in posti tanto lontani e noi siamo così simili nell’affetto e nello spirito, se io non m’inganno la distanza materiale non rappresenta certo un motivo di disamore o di dimenticanza per coloro che si amano nel Signore. Mi sembra infatti che noi ci vediamo quasi di continuo, anche se non possiamo più intrattenerci familiarmente come eravamo soliti. Ed è questa una grazia che è insita in ogni grande ricordo degli eventi passati, qualora essi siano fondati in Cristo e che ha quasi la capacità di sopperire agli effetti delle conoscenze sensibili. Questa presenza spirituale, che così costante io ho di tutti i membri della Compagnia, è più merito vostro che mio in quanto i vostri continui e bene accetti sacrifici e le orazioni che per me, misero peccatore, voi fate sempre, sono quelli che suscitano in me tanto ricordo. In tal modo siete voi, miei carissimi fratelli in Cristo, ad imprimere nel mio animo il vostro costante ricordo, e se la memoria che suscitate in me è grande, confesso che ancora più grande è quella che voi avete di me. Dio nostro Signore voglia concedervi per me il premio che meritate per questo, dato che io non posso pagarvi in altro modo se non confessando semplicemente la mia incapacità a compensare la vostra carità, restando indelebile nel mio animo la conoscenza del grande obbligo che ho verso tutti i membri della Compagnia» («Ai compagni residenti in Roma», 27 gennaio 1545).

E qualche anno dopo negli ultimi mesi della sua vita: «Mio vero Padre: ho ricevuto a Malacca, proprio quando sono arrivato dal Giappone, una lettera di Vostra santa Carità e, nell’apprendere le notizie di una vita e di una salute tanto amate, Dio nostro Signore sa quanto ne fu consolata la mia anima. E fra le molte altre e sante parole e consolazioni della sua lettera, ho letto le ultime che dicevano: “Tutto vostro, senza potervi mai dimenticare, Ignazio”, le quali, così come con lacrime le ho lette, con lacrime le scrivo, ricordandomi del tempo passato, del molto amore che sempre ha avuto ed ha per me […] Vostra santa Carità mi scrive quale desiderio Ella abbia di vedermi prima di terminare questa vita. Dio nostro Signore sa quanta emozione hanno fatto nella mia anima queste parole di così grande amore e quante lacrime mi costano ogni volta che mi ricordo di esse; e mi sembra che possano essermi di conforto, poiché non vi è cosa impossibile per la santa obbedienza […] E così termino pregando Dio nostro Signore, prendendo come intercessore sulla terra Vostra Carità con tutta la Compagnia, insieme a tutta la Chiesa militante; e quindi in cielo, cominciando da tutti i beati che in questa vita appartennero alla Compagnia, con tutta la Chiesa trionfante, affinché per mezzo delle loro preghiere e meriti Dio nostro Signore mi faccia intendere in questa vita la Sua santissima volontà e, dopo averla intesa, mi conceda la grazia per adempierla bene e perfettamente […] Il figlio più piccolo e il maggiore nell’esilio» («Al padre Ignazio di Loyola», 29 gennaio 1552).

Ignazio, Saverio e Favre: tre amici nel Signore uniti da un unico amore. Il primo rimase a Roma rappresentando il perno, il centro, il “punto fermo”. Saverio, invece, il grande apostolo dell’Oriente, fu il “raggio” che arrivò fino ai confini del mondo. Favre, infine, ricevette il carisma dell’accompagnamento spirituale. Il loro cuore si proiettò “fuori” tanto quanto con gli «Esercizi spirituali» furono educati a immergersi “dentro”. Cercarono Dio dentro di sé tanto quanto con la missione della Compagnia di Gesù si lanciarono fuori di sé. Immersi in questi “due fuochi d’amore”, impararono nello Spirito a “vedere tutte le cose nuove in Cristo”.

* Padre gesuita, direttore del Centro Ignaziano Spiritualità

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