Quaresima: tempo di silenzio perché Dio parli

“San Francesco all’Eremo delle Carceri scopre la bellezza della preghiera, quell’esperienza nella quale ci si educa a custodire i tesori che Dio ci dona”. Dall’eremo, a circa 4 km da Assisi, la riflessione sul tempo di Quaresima a cura di Sr. Elisa Spettich, Clarissa Francescana Missionaria del SS. Sacramento.

Il tempo di Quaresima fa sempre affiorare nella nostra mente un luogo preciso: il deserto, luogo aspro, memoria del cammino del popolo di Israele dalla schiavitù egiziana, dalla durezza del cuore verso la terra promessa, verso un cuore libero, capace di adorare e di ascoltare la voce di Dio, come ricorda il primo dei Comandamenti: Shemà Israel (Dt 6,4).

Appare quasi obbligatorio, allora, accostare questo tempo forte a questo luogo particolare e tanto caro alla Sacra Scrittura. Non a caso, lo troviamo nella Liturgia della Prima Domenica di Quaresima, quasi ad introdurci in questo cammino: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo” (Lc 4,1).

Proviamo a giocare un po’ con i termini! La parola «deserto» in ebraico è detto “midbar” ed ha la stessa radice di “dabar” (parola/parlare): il deserto è il luogo dove risuona la Parola. Continuando ad esplorare questo termine, scopriamo che in greco si traduce έρημος – érimos, dal quale deriva la parola «eremo».

Giunti a questo punto, non possiamo fare a meno di attingere, dall’esperienza di un grande esperto di quaresime, di preghiera, di deserto, di eremo quale fu ed è San Francesco d’Assisi. Ve ne parlo trovandomi proprio a vivere in un Eremo, a circa 4 km da Assisi, immerso nella natura e che custodisce in sé la preziosità dell’esperienza di Francesco fin dagli inizi del suo cammino. In questo luogo Francesco ha trovato il Tesoro, la perla preziosa. Qui è giunto appena dopo aver incontrato e baciato il lebbroso – il tesoro che Dio gli ha donato – per ritirarsi in una grotta e ascoltare, nel silenzio, la voce di Dio e per comprendere in che modo avrebbe dovuto servirlo.

Francesco, all’Eremo delle Carceri, scopre la bellezza della preghiera, quell’esperienza nella quale ci si educa a custodire i tesori che Dio ci dona. Nella preghiera, davanti a Dio, impara ad accogliere e custodire il tesoro che ha incontrato. Un tesoro intessuto di carne, contemplato nel volto e negli occhi di un fratello lebbroso, perché i tesori di Dio sono fatti di carne! Ma per vederli, per comprenderli, per guardarli con gli occhi di Dio è necessario darsi del tempo, trovare uno spazio adatto, che permetta di incontrare Colui che già abita in noi, come ricorda Sant’Agostino nelle sue Confessioni:
Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato. Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature che non esisterebbero se non esistessero in te. Mi hai chiamato, e il tuo grido ha squarciato la mia sordità. Hai mandato un baleno, e il tuo splendore ha dissipato la mia cecità. Hai effuso il tuo profumo; l’ho aspirato e ora anelo a te. Ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace

Francesco comprende l’importanza di questo spazio da offrire alla propria anima, così come un tempo necessario a due innamorati per conoscersi e far crescere quella fiamma d’amore che è in loro. È così che concepisce la sua vita intorno a due perni: duecento giorni all’anno di vita eremitica e centosessanta giorni di vita apostolica, con una netta predominanza dell’elemento eremitico rispetto a quello apostolico.

Francesco, infatti, aveva compreso un prezioso segreto: solo chi sta in ginocchio, può stare in piedi. Se non diamo tempo e spazio a Dio nella nostra vita, non riusciremo a rimanere in piedi. Andremo, così, a cercare altri fondamenti o espedienti, ma prima o poi ci renderemo conto – si spera – che quella che viviamo è una vita mediocre. La nostra esistenza, invece, è fatta per abbracciare un orizzonte più ampio.

La nostra esperienza deve evocare un’aspirazione alta; non possiamo accodarci ai maestri di mediocrità che ci sono fuori, non possiamo accontentarci di vivere da polli, se abbiamo ali d’aquila per volare. Ma per scoprire questo, per riconoscere questa grazia, dobbiamo imparare a fare silenzio in noi e aprirci alla Parola di Dio!

Se non ci fermiamo, non possiamo incontrare Dio. Solo se facciamo silenzio, allora potremo sentire rivolte a ciascuno di noi le domande essenziali della vita: “dove sei?” e “dove è tuo fratello?”.

Occorre fermarsi, fare silenzio, mettersi in ginocchio e ascoltare. Occorre dare a Dio lo spazio che gli spetta. Questa è la Quaresima: un tempo propizio, un’occasione che Dio, Padre misericordioso, ogni anno ci offre per riallacciare il legame d’amore che noi, col nostro peccato e la nostra pretesa di fare da soli, continuamente rompiamo. Ci doni il Signore di iniziare il cammino di esodo da noi stessi verso la nostra Pasqua, nella riscoperta della bellezza di uno sguardo, il Suo, che ci ama e ci vuole liberi.

Sr. Elisa Spettich, Clarissa Francescana Missionaria del SS. Sacramento

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