Le monache Trappiste e l’Abbazia delle Tre Fontane: un’oasi in mezzo alla città

Un dialogo con le sorelle Trappiste che compongono la piccola comunità di S. Maria alle Acque Salvie, presso il monastero maschile delle Tre Fontane, per capire le ragioni di questa nuova missione nel cuore di Roma.

di sr. Maria Rosa Venturelli cms

Quali sono i motivi di questa nuova missione alle “Acque Salvie”?

Siamo venute ad aprire una piccola comunità monastica alle Tre Fontane, luogo del martirio di San Paolo, dove generazioni di monaci hanno vissuto e pregato dal VI secolo in poi, perché non vogliamo che il Monastero Trappista fondato qui da San Bernardo nel secolo XII sia chiuso o venduto. Questo luogo sacro, dedicato alla preghiera, è troppo importante per il nostro Ordine, per la diocesi di Roma, per la Chiesa Universale e non vogliamo che muoia. Siamo venute per aiutare i nostri Fratelli che sono rimasti in pochi – sono cinque monaci e un oblato, due dei quali hanno più di ottantacinque anni – e non ci sono vocazioni che perseverino da più di quindici anni. Siamo venute per stimolare una rivitalizzazione della vita monastica, della loro comunità e di questo luogo di preghiera e pellegrinaggio così caro alla gente di Roma.

Pregare insieme con i confratelli è una sfida grande nell’oggi. Cosa vi ha spinto a fare questa scelta di comunione nella preghiera?

Non siamo venute per una volontà nostra. Il Padre Immediato del monastero delle Tre Fontane ci ha invitato, ci ha chiesto un aiuto quando non si trovava un altro modo per aiutare i Fratelli. Siamo cinque monache, da cinque monasteri della filiazione di Vitorchiano; una da Vitorchiano, una da Valserena, prima Casa-figlia e tre da altre Case-figlie: Quilvo in CiIe, Gedono in Indonesia, Matutum nelle Filippine. Due di noi sono entrate a Vitorchiano prima di essere mandate in fondazione. Canonicamente siamo una Casa Annessa di Vitorchiano, una Casa Religiosa nella diocesi di Roma. Il Cardinale Vicario ci ha accolto con entusiasmo e grande affetto paterno e continua ad accompagnarci.

Cosa potete fare per aiutare?

Semplicemente essere qui, vivendo la vita monastica qui, pregando insieme con i nostri Fratelli, facendo scambi di esperienza e incontri sulla formazione, inziale e permanente. Per diventare una testimonianza di preghiera e di vita cristiana, di vita comunitaria, come un’oasi in mezzo alla città, in mezzo al deserto del mondo secolarizzato intorno a noi. Condividiamo con i Fratelli la vita liturgica: la Santa Messa e la preghiera dell’Ufficio Divino sette volte al giorno nella basilica abbaziale, alternandoci nel canto dei salmi. È un volto nuovo che presentiamo: monaci e monache che pregano insieme in coro, dove la gente è abituata a vedere soltanto i monaci. Una faccia nuova della Chiesa, in cui la collaborazione tra uomini e donne nella vita spirituale porta doni diversi e complementari. Questo è importante nella situazione assai confusa riguardo sia al ruolo della donna nella Chiesa, sia al rapporto vero tra uomo e donna.

È chiaro che le due comunità vivono separate nei loro rispettivi monasteri. Noi viviamo in un piccolo edificio appartenente al Monastero, che abbiamo restaurato e adattato. Seguiamo insieme conferenze date sia da membri dell’una o dell’altra comunità o da relatori invitati. Noi monache prestiamo servizio nella sacrestia nella Chiesa di San Paolo al Martirio, nella chiesa abbaziale del XII secolo e aiutiamo nella portineria la domenica. Altre occasioni di collaborazione emergono man-mano che andiamo avanti.

Quali sono i frutti dello Spirito di questo breve periodo a Roma?

Ormai è diventata una cosa naturale cantare insieme, fare i servizi liturgici di turno, preparare la liturgia insieme, con prove di canto e introducendo pian piano delle cose nuove. Nella storia era normale che gli uomini, i preti, aiutassero le suore. È bello che in questo momento siano le suore che aiutano gli uomini. Non come chi fa la pulizia o il bucato, ma come persone che portano una visione di vita monastica come comunione che si è sviluppata nelle nostre comunità femminili e che adesso vogliamo condividere con i nostri fratelli. Soprattutto cerchiamo di trovare insieme quali aspetti del nostro carisma vadano rinnovati secondo la tradizione dei nostri Padri Fondatori nel XII secolo, del Magistero della Chiesa e del Vaticano II.
La gente intorno che frequenta il monastero è molto felice che siamo venute, subito hanno sentito che c’è una vita nuova. Anche i visitatori e i pellegrini sono sorpresi e molto contenti, spesso entusiasti di vedere il duplice coro e partecipare alla nostra preghiera.

Come avvicinare i giovani alla vita monastica?

Ci rendiamo conto che il vero rinnovamento non consiste nel fare cose nuove, ma nel ritrovare il senso e lo spirito di ciò che la Tradizione ci ha trasmesso per una vita centrata su Cristo. È un lavoro impegnativo per tutti noi, affinché i giovani che vogliono dedicarsi a Dio in una vita di preghiera e lavoro in una comunità fraterna, nel silenzio e nella solitudine, trovino una proposta credibile che risponda alla loro chiamata. Già c’è un postulante che è entrato cinque mesi fa e speriamo che sia il primo di molti fratelli che vogliono essere parte di questa opera di Dio.

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