Giornata contro desertificazione, UNCCD: «Tutti i Paesi devono fare la loro parte»

La desertificazione è realtà ed è un problema attuale e globale, che riguarda tutti e che va oltre specifiche zone, superando i confini nazionali. Le interviste agli esperti in occasione della Giornata mondiale per la Lotta alla Desertificazione e alla Siccità, che si celebra venerdì 17 giugno.

di Pietro Rossini *

Tra il 1900 e il 2019, la siccità ha colpito 2,7 miliardi di persone in tutto il mondo e ha causato 11,7 milioni di morti. Le previsioni stimano che entro il 2050 la siccità potrebbe colpire tre quarti della popolazione mondiale, secondo il più recente rapporto delle Nazioni Unite.

Le Nazioni Unite, nel 1994, hanno fissato la data del 17 giugno come “La Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità“. Quest’anno, la Spagna ospiterà l’evento ufficiale a Madrid con il tema “Rising up from drought together” (Risollevarsi insieme dalla siccità).

«La Spagna è onorata di ospitare Giornata per la lotta alla desertificazione e alla siccità di quest’anno, che pone i riflettori globali sulla questione urgente della siccità. La siccità non è solo assenza di pioggia; è spesso alimentata dal degrado del suolo e dai cambiamenti climatici», ha affermato in una dichiarazione pubblica Teresa Ribera Rodríguez, vicepresidente del governo spagnolo e ministro per la transizione ecologica.

L’evento annuale ha tre obiettivi, secondo il comunicato stampa ufficiale delle Nazioni Unite:

  1. Promuovere la consapevolezza pubblica sulla desertificazione e la siccità;
  2. far sapere alla gente che questi problemi ambientali possono essere affrontati efficacemente;
  3. rafforzare l’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione (UNCCD) nelle aree più colpite del pianeta, in particolare in Africa.

«La siccità c’è sempre stata nella storia dell’umanità, ma ora piove in modo diverso», afferma la professoressa Francesca Ventura, agrometeorologa dell’Università di Bologna. «Oggi, quando piove, cadono grandi quantità d’acqua cade su terreni che sono già aridi. E il terreno più secco si bagna meno facilmente. Quindi molta acqua piovana viene persa».

Ci sono molti modi per prevenire la siccità e combattere la desertificazione, secondo Ventura. «Tuttavia, penso che il modo migliore per adattarsi alla siccità è far sì che le persone facciano un uso migliore dell’acqua». Ma cambiare la routine quotidiana di tutti non è facile e bisogna agire rapidamente se si vuole salvare il pianeta, sostiene l’agrometeorologa. «Dalla COP del 2015 che si è tenuta a Parigi, le Nazioni Unite hanno spinto i Paesi più ricchi ad aiutare i più bisognosi», afferma Ventura.

«I Paesi più ricchi devono esportare non solo le tecnologie, ma anche le loro conoscenze in modo che altri Paesi non commettano gli stessi errori del passato. Perché tutti stanno pagando le conseguenze di questi errori», continua Ventura. «E condividere le nostre conoscenze è anche un modo per riparare i danni che i Paesi più ricchi hanno causato all’intero pianeta».

Secondo Ventura, la comunità scientifica concorda sul fatto che il cambiamento climatico abbia aumentato il rischio di siccità a causa dell’attività umana. «Ma non si fa abbastanza informazione al riguardo», afferma la docente.

È risaputo che i Paesi più ricchi del mondo come gli Stati Uniti, la Cina e quelli della regione del Golfo sono quelli che producono più inquinamento. Ma le conseguenze dell’inquinamento colpiscono l’intero pianeta ed i Paesi in via di sviluppo hanno meno risorse per combatterne le conseguenze.

«Le pratiche che comportano una perdita di risorse forestali, biodiversità e il ciclo dell’acqua e dei nutrienti attraverso gli ecosistemi danneggiano la capacità di soddisfare i bisogni primari di una popolazione globale in crescita», afferma Nora Nelson, consulente tecnico dell’UNCCD. «La desertificazione e la siccità causate dal degrado del suolo contribuiscono ai cambiamenti nei sistemi globali su cui tutti facciamo affidamento e che in definitiva sono interconnessi».

La siccità e la desertificazione colpiscono il mondo intero. «E la misura in cui le diverse aree geografiche sono impattate è influenzata da una varietà di fattori che spesso sono interconnessi tra di loro», afferma Nelson. «Questi sono fattori meteorologici e climatici, ma includono anche, la densità della popolazione e i modelli di movimento umano, nonché il modo in cui vengono gestite e utilizzate le risorse idriche e della terra».

L’aumento della quantità di CO2 nell’atmosfera è la principale causa del riscaldamento globale che è uno dei fattori che contribuiscono all’aumento della desertificazione. Tuttavia, i Paesi di tutto il mondo continuano a finanziare i combustibili fossili.

«Non è facile togliere fondi ai combustibili fossili», ha affermato Karima Oustadi, Consulente dell’UNCCD e del Ministro italiano per la Transizione Ecologica. «Quando i governi cercano di finanziare le energie alternative, ci sono molti altri fattori che influenzano le decisioni politiche. Ad esempio, se i governi decidono di togliere uno sconto sulla bolletta del gas alle famiglie che hanno bisogno per salvare il pianeta, devono anche fornire un contributo equivalente a quelle famiglie per mantenere l’equilibrio».

Oustadi è scettica sul raggiungimento dell’obiettivo di neutralità carbonica del 2050 fissato nell’accordo di Parigi del 2015. «L’UE produce l’8% dell’inquinamento globale», afferma. «Anche se l’UE raggiungerà questo obiettivo, è solo l’8% in meno dell’inquinamento prodotto nel mondo. Per fare la differenza, anche i Paesi emergenti devono fare la loro parte».

Secondo l’esperta le politiche trasversali sono più efficaci per combattere il cambiamento climatico. «Credo che l’approccio dell’UE sia quello giusto», dice. «Ogni Paese dell’UE, quando approva l’utilizzo di fondi pubblici per qualsiasi settore o scopo, deve dimostrare che queste risorse vengano utilizzate senza fare danno all’ambiente».

Le politiche per combattere il cambiamento climatico dovrebbero seguire il principio dell’accordo di Parigi, secondo Oustadi. «Ogni Paese del mondo dovrebbe dare il proprio contributo secondo le proprie capacità e responsabilità».

Crediti foto: Scharfsinn86/Collezione Essentials/Getty Images

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Pietro Rossini, missionario Saveriano

Pietro Rossini, SX – Missionario saveriano, originario di Salerno, dopo il Noviziato in Messico, ha concluso il primo ciclo degli studi di Teologia presso lo Sti (Studio teologico Interdiocesano) di Reggio Emilia. Fa parte dell’equipe del portale web e social media della Regione Italiana dei Missionari Saveriani. Attualmente risiede nella comunità dei saveriani a Holliston/MA, Stati Uniti, dove è stato inviato per specializzarsi in scienze della comunicazione e giornalismo.

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