Brasile. La storia dell’icona della Madonna del «Jardim Consolata»

È tra le più amate dalla Famiglia della Consolata quella di San Paolo, in Brasile. Icona che, tra Europa, Africa e America, non smette di proteggere e benedire comunità e famiglie.

di suor Melania Lessa, missionaria della Consolata*

Il 20 giugno si celebra la festa della Madonna Consolata, devozione mariana legata alla città di Torino, dove si trova il Santuario a lei dedicato. Il suo santo rettore, il Beato Giuseppe Allamano, fondò gli Istituti Missionari della Consolata, e dal 1901 la Madonna viaggia per il mondo, portando la consolazione di Dio non solo ai suoi figli missionari, ma anche a tutte le persone che ricorrono a lei.
Vi presentiamo una storia eccezionale, la storia di un’icona della Consolata che, tra Europa, Africa e America, non smette di proteggere e benedire comunità e famiglie.

Il «Jardim Consolata»

Quando si arriva al “Jardim Consolata” (Giardino Consolata) a San Paolo, in Brasile, è facile assaporare, centellinandola, una sensazione di pace, armonia, coraggio, effetto di un balsamo invisibile, però reale, che guarisce e incoraggia a fare il bene.
Generalmente, le persone guardano attorno, contemplano gli spazi semplici e accoglienti, sempre fioriti, posti al servizio della gente della zona, e lasciano nell’aria una domanda silenziosa, che spinge ad entrare nel mistero di Dio.

La risposta non è un indirizzo: il “Jardim Consolata” è una comunità delle Suore Missionarie della Consolata, aperta nel 1954, nella zona Nord della megalopoli di San Paolo, come sede del noviziato per le giovani aspiranti alla vita religiosa e missionaria, presenti in Brasile. Oggi è una casa di sorelle anziane, missionarie sacramentine, come ci definiamo. Il segreto e la risposta si trovano nella Consolata del Giardino. Ma chi è? Che storia ha?

Entrando nella cappella, sulla sinistra, c’è una bellissima immagine della Madonna Consolata, un dipinto ad olio antico. Ha una storia sorprendente, “quasi epica”, come disse suor Elsa Vergine (1904-2004), una delle protagoniste della storia. Fu lei che me la raccontò quando stavo per partire per l’Etiopia nel 2001.

La storia dell’icona

Siamo ad Addis Abeba, nel maggio del 1942, tra il 10 e il 15 maggio. È uno dei tempi più dolorosi per i Missionari e le Missionarie della Consolata: la guerra italo-etiopica. L’icona della Consolata è il regalo del dottor Edoardo Borra per la nuova cappella dell’Ospedale Principessa del Piemonte di Addis Abeba. L’espressione materna della Consolata è molto particolare e, nei momenti più tribolati della guerra, diceva suor Elsa: “era il nostro rifugio e conforto”.

Tutte le suore (erano 88) e anche tutti i Missionari della Consolata si trovavano nel campo di concentramento, eccetto padre Lorenzo Bessone, suor Virgilia Sisti, suor Teresia Brena e suor Elsa Vergine, che prestavano servizio in ospedale. Il gruppo nutriva la speranza che l’imperatore etiope Hailé Selàssié riuscisse a calmare gli animi inglesi e così potessero rimanere nell’ospedale.

“Purtroppo – racconta suor Elsa – giunse l’ordine di chiudere immediatamente la struttura e riconsegnare le chiavi. Al mattino, molto presto, vennero a prendere suor Virgilia e suor Teresia. Io rimasi sola, aspettando chi avrebbe ricevuto le chiavi. Entrai nella cappella, alzai lo sguardo alla Consolata e, d’improvviso, sentii nel cuore che la Madonna desiderava partire con me. Non persi il poco tempo che restava: salii sull’altare. Il dipinto, senza vetro, era facile da togliere. Vidi anche il tubo nel quale era arrivato e ve lo misi dentro. E così la Consolata era pronta per partire con me”.

Fino al villaggio di Harar non ci furono problemi, ma nell’ultimo controllo minuzioso dei bagagli le cose si complicarono: “Mentre continuavo a stringere il tubo con l’icona della Consolata e il poco di denaro che ci restava – prosegue il racconto -, da lontano mi fecero cenno di riconsegnarlo. Ero afflitta, allora chiamai il Padre Bessone perché spiegasse tutto in inglese. Non avemmo successo. L’icona rimase a Mandera, deserto della colonia inglese”.

Bisognerà aspettare fino al 1953 quando, dopo la guerra, p. Bessone si mette in viaggio verso il Meru (Kenya).

“Arrivando al porto di Mogadiscio, in Somalia, sapendo che la nave sarebbe rimasta attraccata alcuni giorni, e sapendo che gli inglesi si trovavano ancora lì, scese dalla nave e andò a visitarli. Entrando in una sala, vide il tubo con l’icona della Consolata. Lo chiese e lo ottenne. Ricordando le mie lacrime quando dovetti lasciarla, lo mandò alla Casa del Noviziato, nel Giardino Consolata di San Paolo, in Brasile, dove mi trovavo nel 1954. Il quadro rimase in mano degli inglesi dal 1942 al 1953”.

La Madonna Consolata

Tra le linee di questa breve storia missionaria, si possono leggere non solo l’indicibile afflizione di tutti quelli che ne fecero parte, ma soprattutto la tenerezza di Dio che continua a consolare il suo popolo, attraverso la Consolata del Giardino. Nessuna immagine può descrivere questa esperienza. Non può essere contenuta in nessun luogo o tempo. Un fatto missionario senza misura, che abbraccia popoli, Paesi e continenti.

Maria di Nazareth è una donna pienamente consolata perché ha la coscienza piena che vivere in Dio non è una questione di scelta, è una questione vitale. Non solo capisce Dio, ma vede l’umanità in Dio. Vede ogni figlio e figlia in Gesù, la consolazione di Dio. E in questa coscienza abbraccia l’umanità nella sua realtà, figlia della terra e figlia della Trinità. Figlia del dolore, ma soprattutto figlia Consolata!

Chi cammina nel “Jardim Consolata” o contempla la “Consolata del Jardim” (Giardino) fa memoria dell’imperativo di Dio profetizzato da Isaia: “Consolate, consolate, consolate il mio popolo!” (Is. 40, 1ss). In questo tempo di pandemia queste parole si traducono in gesti semplici: attenzione, vicinanza, tenerezza, incoraggiamento, umiltà, solidarietà. La dinamica della consolazione di Dio che nasce dalla sua misericordia infinita, così ben descritti da Paolo nella prima lettere ai Corinti (1.3-7), passa a Maria di Nazareth e a tutti quelli che si addentrano con tenerezza nel mistero divino umano del dolore: la consolazione, in un certo modo, precede il dolore! Questa consapevolezza alimenta la speranza. Allora, come Isaia (12,1-6), come Paolo (1Cor 1,3-7) e come Maria di Nazareth (Lc 1,46-55) benediciamo il Padre Misericordioso, come consolati, e impariamo a consolare, ogni giorno un poco di più.

L’icona della Consolata del Giardino, con i suoi colori, espressioni, storia, bellezza e prodezze continua a mostrarci che il dolore ci focalizza nel momento, ma la consolazione apre ad orizzonti infiniti. È il segreto dei santi. È il segreto del Beato Giuseppe Allamano, che si presentava come il tesoriere della Consolata e continua, per mezzo della sua famiglia missionaria, rivelando la consolazione, frutto del Si di Maria di Nazareth!

*Suor Melania Lessa è una suora missionaria della Consolata brasiliana che ha condiviso la vita con il popolo Oromo in Etiopia. Esperta in pedagogia, ha sviluppato la “pedagogia allamaniana”, che mette in dialogo la scienza della pedagogia con l’esperienza carismatica del Beato Giuseppe Allamano.

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