L’altrove di Dio. Commento al Vangelo della domenica

L’attività di attenzione e cura riservata ai malati esprime la prima finalità della missione di Gesù: egli è venuto ad «annunciare» il Regno (Mc 1,14), quel Regno che si sente chiamato ad «annunciare» anche nei «villaggi vicini». «Andiamocene altrove», dirà nel Vangelo di oggi, perché anche là ci sono sofferenze da toccare e guarire, per le quali Egli è venuto. Così, in una prospettiva di fede, i luoghi ove si trovano i malati diventano luoghi del Vangelo.

Meditazione a cura della Comunità monastica di Marango*

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Commento al Vangelo

Il Vangelo di Marco ci racconta una “giornata tipo” di Gesù. Ascoltiamo la sua e ci vengono in mente le nostre giornate: spesso piene, affollate di impegni, anche di corsa. Le nostre giornate senza tregua, e quella senza tregua di Gesù. Ho insistito su questo “parallelismo” perché mi provoca una specie di emozione, per questa immersione di Gesù nella vita reale della gente, senza pause, immerso in tutti i luoghi: la sinagoga, la casa, la strada, la porta della città, il luogo deserto, forse un monte. E poi Marco ci elenca le ore: il tramonto del sole, la sera, il mattino quando era ancora buio. Come le nostre ore: a dire ancora questa immersione nella vita concreta. È un invito, anche per noi, a non sfuggire l’immersione, come Lui non l’ha sfuggita. È segno della sua fedeltà all’uomo, all’umanità, alla storia.

Il problema, per Gesù, come per noi, sta nel trovare, in una vita così immersa, spazi di interiorità. Gesù sa ricavarsi spazi di silenzio e di spirito: «Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava». Suona come un invito, per noi, presi da tante cose, a inventarci i luoghi e i momenti di silenzio, di ascolto, di preghiera. Si tratta di una condizione necessaria perché la nostra vita, immersa in tante cose, non finisca per essere prosciugata.

Il rischio è di ritrovarsi sequestrati. Anche per Gesù c’è stato il rischio: «Tutti ci cercano». La sua risposta è netta e lucida: «Andiamocene altrove». Gesù non vuole essere sequestrato: passa per le nostre strade, si ferma nelle nostre case, ma va anche «altrove». Perché non vuole essere preso dentro soltanto alle nostre esigenze, alle nostre pretese. Gesù non vuole nemmeno che i nostri ringraziamenti (aveva guarito tutti i malati) lo sottraggano dalla ricerca di altro: di se stesso nel silenzio, di altre persone nel loro bisogno.

Per certi versi possiamo dire, allora, che il mistero di Dio non sta tanto nella sua grandezza, ma nel fatto che non lo possiamo trattenere e sequestrare, soprattutto come Chiesa: Lui è sempre in ricerca di interiorità e di altri bisogni umani.

Ma l’immersione di Gesù è soprattutto dentro le sofferenze umane. Evitando, però, l’umanità plaudente: non è questo il “bagno di folla” che Lui ricerca. La sua ricerca è altrove: è passare dentro le malattie, i problemi senza fine dell’umanità. Nella sua vita pubblica, Gesù mostra subito la sua attenzione per il problema del dolore, del male, del grido di sofferenza degli innocenti (pensiamo a tutti i morti civili che continuano a Gaza).

A tutto questo non c’è risposta: non si risponde al problema del male, della fatica del vivere, dell’assurdo del dolore con le parole. Giobbe, in modo anche ecclesiasticamente molto scorretto e scandaloso, si fa portavoce per l’eternità del grido dell’uomo oppresso: «A me sono toccati mesi di illusione e notti di affanno. I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza». E conclude con un disperato appello a Dio: «Ricordati che un soffio è la mia vita». Il grido sofferente va sempre rispettato, anche quando è scandaloso, soprattutto se grida contro Dio. Perché è il modo nel quale il malato cerca di dirsi nella sua malattia, in ciò che segna la sua vita. E Dio è davvero “scomodato” dal dolore umano: quel grido diventa, come in Giobbe parola di Dio!

Così Gesù – incontrando i malati, in questa specie di sommario della sua giornata fatta anche di cura e di guarigione dei sofferenti – non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza, non dice che la sofferenza avvicini a Dio e al paradiso, non è un prezzo da pagare per avere in ricompensa il Regno. Gesù condivide il male di vivere, s’immerge in questa nostra povera umanità, esercita una infinita compassione. Compie anche delle guarigioni, per garantire che il male e la morte non sono l’ultima parola sulla nostra fragilità umana. L’attività di attenzione e cura riservata ai malati esprime la prima finalità della missione di Gesù: Egli è venuto ad «annunciare» il Regno (Mc 1,14), quel Regno che si sente chiamato ad «annunciare» (stesso verbo) anche nei «villaggi vicini», perché anche là ci sono sofferenze da toccare e guarire, per le quali Egli è venuto. Così, in una prospettiva di fede, i luoghi ove si trovano i malati diventano luoghi del Vangelo.

In ogni modo, Gesù si rifiuta di essere solo un guaritore e, in questo senso, si sottrae alle pretese della gente. I suoi gesti di guarigione rivelano sì che in Lui opera la potenza di cura divina. Ma Egli vive la sua missione non soddisfacendo tutte le richieste, quanto alimentando la relazione con il Padre che lo ha inviato a tale compito. Per questo Gesù si ritira a pregare e rivendica il primato dell’annuncio del Vangelo, dentro il quale – soltanto – Lui opera il bene.

* Don Alberto Vianello, monaco della Comunità di Marango – Diocesi di Venezia

Immagine di Freepik

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