Dal 1° settembre al 4 ottobre i cristiani di tutto il mondo celebrano il Tempo del Creato. Dalla Nigeria all’Honduras, dalla Cambogia all’Australia, dalla Russia al Kenya fino all’Italia, sette storie raccontano quanto la difesa dell’ambiente possa diventare difesa della vita, dei popoli e delle generazioni future.
«Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,22).
Comincia oggi, 1° settembre, il Tempo del Creato, il periodo ecumenico che ogni anno invita le comunità cristiane a pregare e ad agire per la cura della casa comune e che si concluderà il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi.
Per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2026, Papa Leone XIV ha scelto le parole del profeta Isaia: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4). Un’immagine potente: gli strumenti della guerra trasformati in strumenti capaci di lavorare la terra e generare vita. Nel suo messaggio il Pontefice ricorda che la sofferenza dell’umanità e la distruzione dell’equilibrio della creazione non sono crisi separate, ma «un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito».
A livello ecumenico, il Tempo del Creato 2026 ha invece come tema “Acqua viva”, ispirato alla visione di Ezechiele: l’acqua che sgorga dal santuario e, dove arriva, fa rifiorire la vita.
Vomeri, falci, acqua, terra. Sono immagini della creazione, ma anche parole che interrogano profondamente il nostro tempo.
Quando la Terra diventa una Via Crucis
Il grido della Terra e quello dei poveri continuano infatti a intrecciarsi.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 24% delle morti nel mondo è riconducibile a fattori ambientali modificabili, dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua all’esposizione a sostanze nocive e agli effetti del cambiamento climatico. L’inquinamento atmosferico, da solo, è associato a circa sette milioni di morti.
Anche il rapporto fra ambiente e guerra è profondo. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ricorda che almeno il 40% dei conflitti interni degli ultimi sessant’anni è stato legato, in qualche modo, alle risorse naturali: petrolio, minerali, legname, terra fertile, acqua.
C’è dunque una sorta di Via Crucis della Terra che attraversa il pianeta. Ma accanto alle ferite esistono vite che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Uomini e donne che hanno difeso un fiume, una foresta, un territorio, spesso sapendo di mettere a rischio la propria sicurezza. Alcuni hanno pagato questa scelta con la vita.
Nel Tempo del Creato possiamo guardarli come sette vie di luce: sette storie provenienti da diversi angoli del mondo che ricordano che proteggere la natura significa quasi sempre proteggere anche qualcuno.
Africa – Ken Saro-Wiwa, la voce del popolo Ogoni

In Nigeria, nel delta del Niger, Ken Saro-Wiwa comprese che la battaglia ambientale del suo popolo non poteva essere separata dalla difesa dei diritti umani.
Scrittore e attivista, denunciò le conseguenze dell’estrazione petrolifera sul territorio degli Ogoni e divenne uno dei principali esponenti del Movement for the Survival of the Ogoni People (MOSOP).
La sua battaglia era condotta prevalentemente attraverso strumenti non violenti. Il 10 novembre 1995 Saro-Wiwa e altri otto attivisti Ogoni furono giustiziati dopo un processo duramente contestato a livello internazionale.
La sua storia ricorda che dietro una terra contaminata ci sono comunità che vedono compromessi il proprio futuro, la salute e la possibilità stessa di continuare ad abitare i luoghi dei propri padri.
Americhe – Berta Cáceres e il fiume Gualcarque

Per Berta Cáceres, indigena Lenca dell’Honduras, il fiume Gualcarque non era semplicemente una risorsa idrica. Era territorio, memoria, spiritualità, vita.
Cáceres guidò la mobilitazione contro il progetto idroelettrico Agua Zarca, previsto sul fiume, sostenendo il diritto delle popolazioni indigene ad essere consultate sulle opere che avrebbero trasformato i loro territori.
Nel 2015 ricevette il prestigioso Goldman Environmental Prize. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 venne assassinata nella sua abitazione a La Esperanza dopo anni di minacce. (
Difendere l’acqua, per Berta, significava difendere il suo popolo. E proprio nell’anno in cui il Tempo del Creato parla di “Acqua viva”, la sua vicenda assume una forza particolare.
Asia – Chut Wutty, custode delle foreste cambogiane

In Cambogia Chut Wutty aveva scelto di difendere le foreste. Ambientalista e investigatore, denunciava il disboscamento illegale e accompagnava giornalisti e comunità nella documentazione della distruzione del patrimonio forestale cambogiano.
Il 26 aprile 2012 venne ucciso mentre stava mostrando a due giornaliste un’operazione di taglio illegale nella parte meridionale del Paese. Global Witness ricorda come la sua morte abbia contribuito a portare l’attenzione internazionale sui rischi affrontati dai difensori dell’ambiente.
Ci sono foreste che continuano a esistere perché qualcuno ha avuto il coraggio di raccontare ciò che stava accadendo al loro interno.
Oceania – Glen Turner, ucciso mentre faceva rispettare la legge

La quarta storia ci porta in Australia. Glen Turner non era un attivista nel senso tradizionale del termine. Era un funzionario ambientale del New South Wales incaricato di vigilare sul rispetto delle norme relative alla vegetazione e al disboscamento.
Nel luglio 2014, mentre lavorava su una controversia riguardante un caso di disboscamento illegale, venne ucciso a colpi di arma da fuoco.
La sua storia mostra un volto diverso della difesa del Creato: quello quotidiano delle persone chiamate a proteggere un bene comune facendo semplicemente il proprio lavoro e applicando regole pensate per impedirne la distruzione.
Europa – Mikhail Beketov, una voce per la foresta di Khimki

In Russia il giornalista Mikhail Beketov aveva fatto della foresta di Khimki, nei pressi di Mosca, una delle sue principali battaglie.
Denunciò il progetto autostradale che minacciava parte della foresta e le pressioni legate alla sua realizzazione.
Nel novembre 2008 venne brutalmente aggredito davanti alla propria abitazione. Le ferite furono devastanti: rimase a lungo in coma, subì l’amputazione di una gamba e non recuperò mai completamente la salute.
Morì nel 2013, a 55 anni, per complicazioni collegate alle conseguenze dell’aggressione.
Beketov aveva scelto lo strumento che conosceva meglio: la parola. E anche una parola pronunciata per difendere un bosco può diventare pericolosa.
Wangari Maathai: piantare alberi per costruire la pace

Tra queste vie di luce c’è poi una donna che non è morta assassinata, ma che ha mostrato in modo straordinario quanto ecologia, giustizia e pace siano inseparabili.
La keniana Wangari Maathai fondò nel 1977 il Green Belt Movement, coinvolgendo soprattutto le donne nella piantumazione di milioni di alberi. Dietro quel gesto apparentemente semplice c’era una visione enorme: contrastare la deforestazione e l’erosione del suolo, ma allo stesso tempo rafforzare le comunità, creare opportunità e difendere i diritti delle donne.
Nel 2004 fu la prima donna africana a ricevere il Premio Nobel per la Pace, assegnatole per il contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace. Morì a Nairobi il 25 settembre 2011, proprio nel cuore del Tempo del Creato. (Premio Nobel)
La sua vita ci ricorda una verità essenziale: a volte per cambiare il mondo bisogna cominciare piantando un albero.
Italia – Renata Fonte e la battaglia per Porto Selvaggio

L’ultima storia ci riporta in Italia, nel Salento. Renata Fonte, amministratrice comunale di Nardò, si impegnò nella tutela dell’area di Porto Selvaggio, opponendosi alle prospettive di lottizzazione e cementificazione di uno dei territori più belli della costa salentina.
Venne assassinata il 31 marzo 1984, a soli 33 anni. È divenuta negli anni una delle figure simbolo dell’impegno civile e ambientale italiano.
Oggi Porto Selvaggio è un’area naturale protetta. Guardando quel paesaggio è difficile non pensare anche a chi ha creduto che quella bellezza meritasse di essere consegnata intatta alle generazioni successive.
Sette vite, una sola domanda
Ken Saro-Wiwa, Berta Cáceres, Chut Wutty, Glen Turner, Mikhail Beketov, Wangari Maathai e Renata Fonte.
Sette nomi, sette Paesi e battaglie profondamente diverse.
Eppure esiste un filo che le tiene insieme.Tutti hanno compreso che la Terra non è qualcosa di separato dall’essere umano. Un fiume avvelenato significa una comunità privata dell’acqua. Una foresta distrutta significa perdita di biodiversità, ma anche persone private della propria casa e delle proprie risorse. Un territorio cementificato significa sottrarre bellezza, memoria e futuro.
Il Tempo del Creato ci chiede allora di passare dalla contemplazione alla responsabilità.
Le parole di Isaia scelte da Leone XIV indicano una possibilità: trasformare le spade in vomeri, ciò che distrugge in qualcosa che genera vita. L’acqua viva di Ezechiele ci mostra invece che persino una terra ferita può tornare a fiorire.
Queste sette storie ci ricordano che quella trasformazione non avviene da sola.
Ha bisogno di uomini e donne disposti a custodire, denunciare, piantare, raccontare, proteggere.
Sette vie di luce dentro le ferite della Terra.
Durante questo mese possiamo portare con noi i loro nomi e chiederci quale piccola luce possiamo diventare anche noi per il Creato e per le persone che lo abitano.
Suor Maria Rosa Venturelli
Missionaria Comboniana – Terra e Missione