Scegliere la volontà del Padre con il cuore

Attraverso la parabola dei due figli, Gesù mette in discussione una fede fatta di parole e invita a riconoscere ciò che muove davvero le nostre scelte. Tra rifiuto, pentimento e disponibilità solo proclamata, emerge una chiamata più profonda: lasciarsi convertire alla fraternità e imparare da Cristo un “sì” vissuto fino in fondo, nell’amore e nel dono di sé.

Meditazione su Mt 21,28-32a cura di p. Angelo Stella SJ

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Parola del Signore.

Due figli – sanare una fraternità ferita

Ecco di nuovo una parabola dove Gesù ci presenta una coppia di fratelli. Forse, se pensiamo alle prime parole – Un uomo aveva due figli –ci viene in mente anche l’altra, del Figliol prodigo (o del Padre Misericordioso, nel vangelo di Luca, cap. 15). Oggi il vangelo di Matteo mette in bocca a Gesù una ulteriore vicenda fraterna.
Come nella parabola lucana, anche in questa di Matteo, i due figli sembrano lontani dal comprendersi come fratelli: non si confrontano e hanno un atteggiamento doppio, ambiguo verso il padre. Troviamo un primo punto di riflessione: il Signore Gesù, con la sua vita e il suo insegnamento, con le chiamate che ha fatto lungo il mare di Galilea a coppie di fratelli (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), è proprio venuto a sanare la ferita più grande dell’umanità, sin dalle origini, sin dalla Genesi: la ferita della fraternità.
La fraternità umana è sempre più messa alla prova dall’ambiguità, dall’incoerenza, dal protagonismo, dalla compiacenza e quindi, come di conseguenza, dall’odio, dalla fame, dalla guerra e da tutti gli altri mali così tristemente sotto i nostri occhi.
Ma quei due figli, entrambi così ambigui, a ben vedere sono fratelli. Il messaggio finale della parabola, l’invito alla conversione, possiamo quindi coglierlo come invito a convertirci alla fraternità.

Rifiuto MA rimorso – Compiacenza MA rigetto. Disponibilità E amore?

Se guardiamo un po’ più da vicino la parabola nei suoi elementi narrativi, ci accorgiamo che quelli qui in gioco sono molto comuni anche tra noi. Il primo figlio interpellato inizia con un rifiuto dell’invio paterno, ma poi il pentimento lo fa andare a lavorare nella vigna. D’altra parte, il secondo figlio interpellato risponde subito positivamente all’invio, ma poi – in concreto – non va.
Se il primo sembra essere mosso, cioè motivato, da un senso di colpa, è legittimo chiedersi (fosse solo per leggere un pochino anche dentro noi stessi) se il secondo, nella sua risposta affermativa, non sia mosso, cioè motivato, dalla compiacenza.
E allora: quanto spesso, rispetto a una disponibilità proclamata in generale, poi in concreto abbiamo detto dei «No»? In fondo, è facile dichiararci disponibili, salvo voi a scontrarci con l’evidenza che la vita concreta… chiede dei «Sì» da vivere (come in Gesù, nel quale ci fu solo il Sì, come dice San Paolo – 2Cor 1,19).
La cosa triste è che nessuno dei due fratelli – che in questo risultano simili – sembra mosso, cioè motivato, dall’amore. Passiamo dalla parabola a colui che la sta narrando: Gesù stesso. Lui ha chiaramente risposto all’invio che il Padre gli faceva a lavorare nella vigna, a Incarnarsi, a venire in mezzo a noi, mosso, cioè motivato, solo dall’amore.
La motivazione di Gesù per stare in mezzo a noi è l’amore. Un amore cioè che l’ha fatto uscire fuori di sé, decentrarsi (non considerare un privilegio essere come Dio – cf Fil 2). Ogni azione, ogni gesto di Gesù, fino al compimento nel suo mistero pasquale, ha come motivo, ragion d’essere e scopo, l’amore, l’offerta, il decentramento. Ce lo dice il vangelo di Giovanni quando, introducendo la lavanda dei piedi, sottolinea che Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1c).
Sarebbe proprio interessante provare a vedere la parabola del vangelo di Matteo di oggi in controluce con la vicenda di Gesù: il suo invio da parte di Dio Padre. Quando Gesù parla di figli inviati da un padre, non starà pensando un po’ anche a se stesso? In Lui, la disponibilità non è solo dichiarata, proclamata, ostentata, ma vissuta fino in fondo, appunto: fino alla fine. Una disponibilità dettata, non disgiunta, ma profondamente unita con l’amore. Se per noi è una meta possibile, in Lui questa unione di disponibilità e amore è il suo dono per noi.

Dalla fraternità per sopravvivere alla fraternità donata

In questo senso, allora, la domanda di Gesù: «Chi dei due ha fatto la volontà del padre?», può anche apparire retorica. È vero che gli uditori rispondono: «Il primo»; ma in realtà, dovremmo dire che non l’ha fatta nessuno dei due. Perché la volontà del Padre è che ci amiamo gli uni gli altri come ci ha amato il Figlio, che ci ha messo in una condizione di fratelli.
Questo, che dovrebbe essere sempre il movimento della Chiesa nella storia, molte volte è stato particolarmente vero per i Santi (pensiamo a madre Teresa o a Charles de Foucauld…), che hanno amato gli uomini e le donne, specie i più lontani e ultimi, considerandoli fratelli e sorelle, con un movimento di offerta di sé e personale decentramento.
La conversione auspicata da Gesù, allora, non è solo la conversione alla predicazione di Giovanni, ma la conversione a tutte quelle categorie di persone che, misteriosamente e in modo un po’ paradossale, vivono la fraternità come condizione normale di sopravvivenza (pubblicani e prostitute). E poi non si tratta solo di sopravvivere, ma di vivere come fratelli, ricevendoci gli uni gli altri nell’amore, rispetto a un Figlio Primo\Uni-genito che ci ha amati per primo e ci dona la possibilità di mettere in circolo il Suo amore.

Per la riflessione personale:

• Come rileggi, attorno e dentro di te, le ferite della fraternità?
• Hai mai pensato a quali sono davvero le motivazioni del tuo agire? E d’altra parte, quali azioni per te sono veramente mosse, cioè motivate, dall’amore, dall’offerta di te, dal decentramento?
• Hai mai sentito il gusto di amare, ispirandoti un po’ a Gesù o a un santo\a a te caro? Che gusto era?

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