Sulle orme di Annalena Tonelli: una vita per amare

Il 5 ottobre 2003 Annalena Tonelli, missionaria laica, veniva uccisa a Borama, in Somaliland, nell’ospedale da lei fondato. Una vita donata agli ultimi, fino alla fine.

di Anna Moccia

Ci sono vite che non si lasciano raccontare soltanto attraverso le date, i luoghi attraversati o le opere realizzate. Ci sono vite che continuano a porre domande anche molto tempo dopo la loro conclusione, perché costringono a interrogarsi su ciò che conta davvero, su quanto siamo disposti a donare di noi stessi e su quale traccia desideriamo lasciare nel mondo. Quella di Annalena Tonelli è una di queste.

Il 5 ottobre 2003, a Borama, in Somaliland, Annalena veniva uccisa davanti all’ospedale che aveva contribuito a far nascere e crescere. Un colpo d’arma da fuoco mise fine a più di trent’anni trascorsi in Africa accanto a persone che spesso non avevano voce: malati di tubercolosi e AIDS, poveri, rifugiati, bambini con disabilità, nomadi del deserto, uomini e donne segnati dalla guerra e dall’emarginazione.

Eppure raccontare Annalena partendo dalla sua morte rischia di dire troppo poco di lei. La sua storia parla soprattutto di vita: di una donna che aveva deciso molto presto che il proprio tempo non sarebbe appartenuto soltanto a se stessa. Non era medico, ma studiò per poter curare meglio i malati. Non apparteneva a una congregazione religiosa e non aveva alle spalle una grande organizzazione che la proteggesse, ma scelse comunque di vivere per decenni in luoghi difficili, spesso ostili, facendo della presenza quotidiana la propria forma di missione.

Scelse di restare quando sarebbe stato più semplice partire. Di avvicinarsi a chi gli altri evitavano. Di ascoltare culture e religioni diverse dalla propria senza rinunciare alla propria identità cristiana. Di curare non soltanto una malattia, ma anche lo stigma e la solitudine che accompagnavano chi ne era colpito. E, soprattutto, di riconoscere in ogni persona incontrata una dignità che nessuna povertà, nessuna disabilità e nessun pregiudizio potevano cancellare.

La sua non fu però una vita costruita su gesti eroici isolati. Fu fatta di giornate ripetute, di pazienti da seguire, bambini da nutrire, medicine da trovare, persone da convincere a curarsi, ingiustizie da denunciare. Una radicalità concreta, vissuta nel lavoro e nelle relazioni molto più che nelle parole. Per questo la sua testimonianza riesce ancora oggi a parlare anche a chi è giovane e si domanda quale senso dare alla propria vita.

Annalena non ha lasciato una ricetta da imitare né una strada valida per tutti. Ha lasciato piuttosto una domanda: quanto della nostra vita siamo disposti a mettere realmente a disposizione degli altri? Le sue orme attraversano il deserto del Kenya e le strade della Somalia, ma possono arrivare molto più vicino a noi, ogni volta che scegliamo di non voltare lo sguardo davanti alla fragilità di qualcuno.

A ventitré anni dalla sua morte, ricordarla significa allora andare oltre la commemorazione. Significa tornare a quella scelta che ha attraversato tutta la sua esistenza: trasformare la fede in servizio, la compassione in responsabilità, l’incontro con l’altro in una possibilità di cambiamento. In fondo, fare della propria vita una sola grande occasione per amare.

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