In occasione della Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra il 18 ottobre 2026, la riflessione di padre Giorgio Padovan, missionario comboniano, che si prepara ad accompagnare un gruppo di giovani della diocesi di Roma in un’esperienza missionaria in Brasile nell’estate del 2027. A partire dal viaggio vissuto tra Santa Rita e Fortaleza, racconta una missione che non consiste anzitutto nel fare, ma nel lasciarsi incontrare, cambiare e trasformare dalle persone, dai poveri e dalle comunità. Una missione che educa all’ascolto, alla fraternità e a uno sguardo nuovo sul mondo.
Nel mese di agosto, mi sono unito ad alcuni laici missionari in un “viaggio missionario” nel nord-est del Brasile, precisamente a Santa Rita, città satellite di João Pessoa, capitale dello Stato brasiliano della Paraíba, e a Fortaleza, capitale dello Stato del Ceará.
La finalità del viaggio era preparare un’esperienza missionaria per un gruppo di giovani della diocesi di Roma, da realizzare nell’estate del 2027.
Abbiamo vissuto giorni belli e preziosi nella periferia di Santa Rita, uno dei comuni più violenti del Brasile, mescolandoci alla gente dei quartieri e visitando diversi progetti di promozione umana e sociale. Tra questi, il Projeto Legal, sorto nel quartiere di Marcos Moura: un’iniziativa sociale e di tutela dei diritti umani che offre uno spazio di accoglienza e di doposcuola per circa 160 bambini e ragazzi. Un vero e proprio faro di luce e un vivaio di speranza per contrastare la dispersione scolastica in un quartiere dove droga e narcotraffico non lasciano molte alternative a un futuro segnato dalla violenza, dal carcere e da morti premature.
Nella precarietà di queste strade sono sorti anche il Centro de Defesa dos Direitos Humanos Dom Oscar Romero (Cedhor) e la Cooperativa de Catadores de Reciclagem (Cooremm), cioè la Cooperativa dei raccoglitori di materiali riciclabili, diventati segni concreti di lotta e di difesa della dignità umana, del diritto al lavoro e alla vita.

Partecipare alla vita e alle celebrazioni della parrocchia, organizzata come “comunità di comunità”, in cui i protagonisti sono i laici, ci ha arricchito e positivamente contagiato. Abbiamo subito avvertito che il loro modo di celebrare unisce fede e vita, la Parola di Dio e la realtà, promuove la partecipazione e la condivisione. Così le persone crescono e la comunità diventa una vera “fraternità”, nella quale la dignità di ciascuno è riconosciuta e rispettata. Tutto questo porta le persone a diventare “missionari di vita e di pace”.
Loro, i poveri e i missionari comboniani, si sono presi cura di noi e hanno condiviso il loro cuore e il loro cammino con semplicità e libertà, con attenzione e passione. Non siamo andati a portare o a fare qualcosa: abbiamo semplicemente voluto immergerci in quella realtà, incontrare da vicino quelle persone, per abbracciarle e sorridere.
Ci siamo sentiti veramente accolti e ospitati con quell’affetto che subito ci ha fatti sentire a casa. E questo ci ha fatto veramente bene, aprendoci la mente e il cuore, cioè il nostro modo di vedere e di sentire il mondo e le persone. È stato come toccare con mano un nuovo modo di essere umani, sperimentare di essere Chiesa in maniera più semplice e diretta, leggere e comprendere la Parola di Dio più profondamente, pregare e ringraziare, vivere la fraternità e la solidarietà in modo nuovo e molto concreto.
Da questo nasce una riflessione, ma anche un percorso e un’esperienza missionaria da proporre ai giovani di Roma e dintorni nella prossima estate.

Ecco allora alcune indicazioni per prepararsi a questo viaggio missionario, con quei sentimenti e atteggiamenti che potrebbero aiutarci nel nostro partire.
Il primo suggerimento è imparare ad ascoltare attentamente, nonostante l’ostacolo della lingua.
Il secondo è imparare a vedere con gli occhi, certo, ma soprattutto con il cuore: un vedere senza pregiudizi, attento e capace di sorprendersi.
Il terzo è “sentire” le persone, l’ambiente e le relazioni, ricordando quanto afferma il Concilio nella Gaudium et Spes:
«Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).
E tutto questo nella logica e nello stile dello “stare” più che del “fare”, del “ricevere” e del “dare”, disponibili a inserirci nella nuova situazione con semplicità e umiltà. Coltivare un atteggiamento missionario significa camminare a piedi nudi, perché calpestiamo un luogo sacro, nel quale siamo accolti, amati e ospitati.
Più concretamente, si tratterà di inserirci nella loro vita quotidiana, nelle attività dei gruppi giovanili e delle varie comunità, condividendo i loro e i nostri cammini, le loro e le nostre esperienze, mettendoci in gioco. E servire dove possibile, disponibili a lasciarci fare e a lasciarci portare, rallegrandoci di ogni piccola condivisione, vivendo in modo semplice e sobrio.
Parteciperemo alle loro liturgie e alle loro iniziative pastorali, per lasciarci contagiare dal loro modo di essere Chiesa e comunità, dal loro pregare, dal loro stare al mondo e dal loro fare festa. La sera ci ritaglieremo un tempo per ritrovarci tra di noi e celebrare la vita e la giornata trascorsa, ascoltando la Parola di Dio e pregando in modo semplice e fraterno.
Condivideremo quanto vissuto e scoperto, e non mancheranno tante e belle sorprese. Tutto questo ci porterà a crescere e a interiorizzare nuovi stili e modi di vivere, di darci e di donarci, di amare e di impegnarci per un mondo più giusto e fraterno.

Ci accompagneranno nel cammino due “icone bibliche”.
La prima è la Visita di Maria alla parente Elisabetta e il canto del Magnificat (Lc 1,39-56).
Partendo dall’incontro tra queste due mamme, povere e umili, ci sarà facile riflettere sull’incontro tra due popoli, due culture, due comunità. Le due donne hanno esultato e gioito nello scoprire la presenza di Dio in loro, grazie ai due bambini, Gesù e il Battista, che nel loro incontrarsi si abbandonano alla danza. Maria ed Elisabetta, nel loro salutarsi, si abbracciano: due semplici gesti che le fanno gioire e magnificare il Dio della vita e della misericordia, della giustizia e della pace.
Anche tra noi e le comunità che visiteremo ci saranno un saluto e molti abbracci. La nostra “visita” profumerà di incontri, sarà davvero missionaria e ci aiuterà a scoprire e ad avvertire in modo nuovo Dio in noi, negli altri, nei poveri, nel mondo intero.
La seconda icona sarà il roveto ardente (Esodo 3,1-6).
Dio chiama Mosè e gli dice: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è una terra santa».
Non è solo il roveto ardente a essere sacro, ma anche il suolo e la terra: luoghi e manifestazione del Dio liberatore.
Il missionario fa quotidianamente questa esperienza, vivendo in altre terre e suoli, luoghi della presenza e dell’azione di Dio.
Da qui nasce il titolo che è il filo conduttore della riflessione: “La missione trasforma”.
Noi veniamo cambiati e convertiti, rigenerati e rinnovati dalla missione.
Questa è la scoperta più interessante della mia vita missionaria ad gentes, vissuta per 25 anni in Brasile e 18 anni in Italia.
Il mio essere missionario mi ha cambiato come uomo: nel modo di relazionarmi, nell’affettività, nelle mie fragilità e resistenze, nel modo di stare al mondo e di amare, grazie alla vicinanza con i poveri e i semplici, che ti portano all’essenziale e al concreto, alla gioia e alla condivisione.
I poveri mi hanno fatto crescere come cristiano, consentendomi di toccare con mano la loro fede e speranza, la loro capacità di vedere Dio sempre e comunque, in ogni situazione, la loro preghiera e la loro fiducia nel Dio della vita. Mi hanno insegnato a essere prete, a donarmi nel mio servizio di sacerdote, camminando con loro e servendo, celebrando la vita e la fede, spezzando il pane della Parola e della vita, creando e vivendo la comunità ecclesiale e fraterna.
La missione trasforma le persone, ma anche la Chiesa e la società. La Chiesa scopre che esistono altri modi di celebrare, altre forme di essere comunità, che la diversità è una ricchezza, quella “convivialità delle differenze” di cui parlava don Tonino Bello, e che siamo Chiese sorelle che vivono il Vangelo di Gesù. Possiamo aiutarci a essere segno visibile del Regno di Dio nel mondo.
La missione trasforma anche la società e le strutture socioeconomiche, perché il suo scopo è il bene di tutti. Ci porta a vivere da fratelli e sorelle, salvandoci insieme, mai da soli.
La missione offre una risposta ai conflitti e alle guerre che dilaniano il mondo, mirando a creare più uguaglianza, giustizia e fraternità.

Ottobre, mese missionario per eccellenza, è il tempo opportuno per entrare in questa riflessione e in questo percorso, come persone, come cristiani e come Chiesa.
Il tema scelto da Papa Leone XIV è: “Uniti in Cristo, uniti nella missione”. Lo potremmo declinare così: “Trasformati da Cristo e dalla missione”, cioè rigenerati, rinnovati e convertiti. Gesù chiama i suoi discepoli perché stiano con Lui e per inviarli ad annunciare il Vangelo, la Buona Notizia che Dio salva e ama tutti, ma proprio tutti, ed entrare nella logica di Dio Padre, del suo amore e della sua misericordia.
Gesù ci ricorda che è venuto «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Buon mese missionario!
Padre Giorgio Padovan, missionario comboniano