1 – Ritratto di uomo Suruí

ritratto di uomo Suruí

Brasile, 1984
carboncino

cartoncino 48 x 66 cm


L’incontro con i popoli originari dell’Amazzonia ha profondamente toccato padre Ezechiele, che ne ha apprezzato la cultura e la mistica, come testimoniano i suoi disegni che li ritraggono nella semplicità della vita quotidiana. Egli ha ascoltato il grido di questi popoli martirizzati.

«Domenica scorsa ho parlato per l’ennesima volta di un altro leader assassinato. Si tratta di Marçal Tupà-y, l’indio che ha parlato al papa a Manaus nel 1980. Gli è costato la vita. Mi sento una stretta che mi passa sul cuore al pensare alle parole da lui pronunciate quel giorno. È stato seppellito; le braccia sono rimaste fuori perché sono quelle della croce». E. Ramin, Lettera a sr Giovanna Dugo, 29/10/1984


Discorso pronunciato da Marçal Tupã-y, Guaranì, davanti a Giovanni Paolo II nella sede del municipio di Manaus, 10 luglio 1980.

Marçal de Souza Tupã-i (1983, Guarani)

Io sono il rappresentante della grande “tribo” Guaranì, che in origine, quando avvenne la scoperta di questa grande patria, era una grande nazione e oggi non lo è più; sono rappresentante di una nazione che vive ai margini della cosiddetta civilizzazione.
Santo padre, non possiamo tacere in occasione della sua visita in questo Paese.
Parlo come rappresentante, perché non dirlo, di tutte le nazioni indigene che abitano questo paese, ormai così piccolo per noi e così immenso per quelli che ci hanno preso la Patria.
Siamo una nazione soggiogata dai potenti, una nazione spogliata, una nazione che sta morendo in fretta senza trovare una strada, perché quelli che ci hanno preso questo suolo non ci hanno dato le condizioni per la nostra sopravvivenza, santo padre.
Le nostre terre sono invase, le nostre terre sono prese, i nostri territori diminuiscono, non abbiamo più le condizioni per sopravvivere.
Presentiamo afflitti a Lei la nostra miseria, la nostra tristezza per la morte dei nostri lider assassinati freddamente da quelli che prendono il nostro suolo, quello che rappresenta per noi la nostra stessa vita, la nostra sopravvivenza in questo grande Brasile, un paese cosiddetto cristiano [..]
Qui rappresento il centro-sud di questo grande paese, la nazione Kaingang che ha perso recentemente i suoi leader; sono stati assassinato anche i Pankararè, nel nord-est. Hanno perso i loro leader perché hanno voluto lottare per la nostra Nazione, volevano salvare la nostra Nazione, portarla alla redenzione, portare la redenzione al nostro popolo, ma non hanno incontrato la redenzione, ma la morte. Adesso c’è ancora una speranza per noi con la sua visita.
Santo padre, lei potrà portare fuori dai nostri territori (la nostra voce), noi non possiamo perché siamo soggiogati dai potenti. La nostra voce è soffocata da quelli che si dicono dirigenti di questo grande paese. Santo padre noi depositiamo una grande speranza in questa sua visita nel nostro Paese. Porti il nostro clamore, la nostra voce in altri territori che non sono nostri, dove un popolo, una popolazione più umana, lotti per noi perché il nostro popolo, la nostra Nazione indigena sta scomparendo dal Brasile.
Questo è il paese che ci stato preso. Dicono che il Brasile fu scoperto, il Brasile non è stato scoperto affatto. Santo Padre, il Brasile è stato invaso e tolto agli indigeni del Brasile. Questa è la vera storia. Mai è stata raccontata la vera storia del nostro popolo, santo padre.
Io lascio qui il mio appello, l’appello di 200mila indigeni che abitano, lottano per la sopravvivenza in questo paese tanto grande e tanto piccolo per noi, santo padre.
Depositiamo in lei, come rappresentante della chiesa cattolica, capo dell’umanità, perché porti la nostra voce, perché ancora la nostra speranza trovi ripercussione nel mondo internazionale.

Questo è il messaggio che le lascio.


Nelle lettere indirizzate all’amica Sr. Giovanna Dugo, traspare il cuore di Ezechiele, profondamente toccato dalla bellezza e dalla sofferenza della terra e dei popoli dell’Amazzonia. Il suo sguardo è profondo, fino a coglierne l’identificazione con Cristo crocifisso.

padre Ezechiele Ramin

Lettera di Lele
A suor Giovanna Dugo
Cacoal, 29 ottobre 1984

Carissima Giovanna,
ho la tua foto sotto gli occhi. Ti vedo bene. Stai proprio bene. Io invece sono dimagrito un po’. Ci sono ore durante il giorno, e specie le più calde, che sento le forze mancare. L’ultima volta mi sono seduto su un grosso sasso facendo i conti sulle forze che mi restavano per poterle poi misurare nel lavoro nella CEB. D’improvviso poi arriva un venticello ed il cuore mi batte in petto come un forsennato che non riesco a quietare: la gioia per il regalo della brezza leggera è troppo grande anche per lui. Ma io sono alpino1 e le forze ritorneranno. Ma sai senza “grappa” anche gli alpini non possono più fare tutto senza accorgersi di avere un affanno che impedisce di godere anche un tramonto amazzonico alla sera, per la fatica del giorno. Domenica scorsa ho parlato per l’ennesima volta di un altro leader assassinato. Si tratta di Marçal Tupà-y, l’indio che ha parlato al papa a Manaus nel 1980. Gli è costato la vita. Mi sento una stretta che mi passa sul cuore al pensare alle parole da lui pronunciate quel giorno. E’ stato seppellito; le braccia sono rimaste fuori perché sono quelle della croce. Ah povero cuore che ti rattristi e imprechi contro l’ingiustizia e mi fai trovare sulle labbra la preghiera dell’Eterno! (…)

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