Fratelli migranti. Il racconto di Federico da Lampedusa

di Federico Sartori

NON È UN FILM QUELLO CHE SCORRE INTORNO

Ritrovarsi in una casa, in un comunità, che alla fine diventa una famiglia e incontrare l’altro, per riscoprire se stesso. Sono Federico, gimmino di Verona, che ha partecipato al campo estivo Palermo – Lampedusa, organizzato dalla Famiglia Comboniana. Ho vissuto all’interno di una grande casa, con altri ragazzi, tra cui quelli che il mondo definisce di colore, “migranti”, “stranieri”, se non con altri termini più offensivi. Per me invece ora sono amici, fratelli. La prima cosa particolare di questo mondo visto al contrario è stata la visita alla città di Palermo, guidati da Pascal e Alieu, due simpatici ragazzi, uno nigeriano, l’altro ghanese. Ci hanno indicato le vie delle città e ci hanno fatto da Ciceroni. La cosa divertente è che ogni tanto nel loro parlare sfuggiva qualche parola in dialetto siciliano. Il giorno successivo abbiamo continuato la nostra conoscenza con gli altri partecipanti, membri dell’equipe e abitanti della casa, compresa la dolce principessa Anastasia, una bimba di soli due anni.

IL CONFINE È ROTONDO, SI SPOSTA MAN MANO CHE MUOVIAMO LO SGUARDO

I nostri momenti d’incontro e di formazione sono stati molto forti: abbiamo capito fin da subito di avere a che fare con persone competenti e con grande esperienza, che ci hanno fatto comprendere in questo primo contatto con la realtà dell’immigrazione che il percorso del migrante è molto complicato, a partire dal viaggio fino all’ottenimento dei documenti, e che nel corso degli anni si sono alternate diverse regole, che a volte sono state completamente evase, altre volte sono cambiate in maniera assai più restrittiva. Allo stesso tempo, siamo entrati in contatto con la frontiera attraverso alcuni ragazzi africani accolti in due realtà: la Casa dei Mirti e lo Sprar. Non abbiamo fatto molto, abbiamo semplicemente ascoltato, ballato, condiviso, eppure è stato importante associare nomi a volti, descrizioni dettagliate a storie raccontate. Entrando in contatto il nostro confine si è allargato e il nostro gruppo è diventato sempre più coeso.

AMERAI IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO

Durante questa esperienza abbiamo compiuto anche un percorso spirituale, con un momento di preghiera quotidiano che ci ha fatto entrare in contatto, tramite i salmi della vita, con la realtà che stavamo vivendo. Leggendoli e pregandoli mi è venuto da pensare se per caso stessi leggendo il Vangelo di oggi, incontrando i crocifissi di oggi. Allo stesso tempo, vedendo la gioiosa e attuale energia dei nostri ragazzi, abbiamo riflettuto che nella serietà degli argomenti trattati serve anche la leggerezza, che non è superficialità ma voglia di superare le difficoltà che la vita ci pone davanti.

APRITI MARE E LASCIALI PASSARE

C’è un momento in tutti i percorsi che rappresenta la svolta, quello da cui poi scaturisce tutto il resto. Per noi è stato il viaggio in mare fino a Lampedusa. La convivialità e la gioia hanno lasciato spazio a emozioni forti e a momenti di forte commozione con i ragazzi che stando per mare hanno in parte rivissuto la dura traversata dalla Libia con il profondo senso di abbandono. Dovremmo forse dire tanto, ma a me viene un solo pensiero: “Nunca mas!”, “Mai più!”

MARE NOSTRO TI ABBIAMO SEMINATO DI ANNEGATI PIÙ DI QUALUNQUE TEMPESTA

Sull’isola abbiamo incontrato tante persone che ci hanno raccontato il loro rapporto con la migrazione e i migranti, da don Carmelo, parroco di Lampedusa, a Francesco Piobbichi, operatore sociale e disegnatore di storie, dal curatore dell’archivio storico a Enzo, amico e pescatore. Mi piace ricordare alcuni loro pensieri: don Carmelo ci ha detto che il suo compito è esserci per chi ne ha bisogno (“Non facciamo molto, siamo presenti”); Francesco ci ha ricordato che in questa epoca fortemente razzista e in cui il povero soccombe in una lotta tra poveri il nostro compito è resistere; il curatore ci ha parlato di una società che tiene più al profitto che all’accoglienza; Enzo, infine, ci ha parlato di accoglienza e forse, più nel silenzio che nelle parole, abbiamo capito il dolore che lo accompagna quando pensa ai morti che ha avuto la sfortuna di ripescare.

VIVA LA LIBERTÀ, VIVA!

Nel girare sull’isola, ci siamo sentiti come fratelli, come cumpà, portando allegria e cantando nelle piazze e nelle spiagge. La musica e il ritmo sono stati il veicolo di contatto con tante persone presenti, che in più occasioni si sono avvicinati a noi. Vedendo il nostro sorriso allegro e spontaneo spero che si sia riusciti a lasciare un messaggio molto importante: “lasciamoci contaminare!”

SE VOI AVETE IL DIRITTO DI DIVIDERE IL MONDO IN ITALIANI E STRANIERI, ALLORA VI DIRÒ CHE, NEL VOSTRO SENSO, IO NON HO PATRIA E RECLAMO IL DIRITTO DI DIVIDERE IL MONDO IN DISEREDATI E OPPRESSI DA UN LATO, PRIVILEGIATI E OPPRESSORI DALL’ALTRO. GLI UNI SONO LA MIA PATRIA, GLI ALTRI I MIEI STRANIERI. (DON MILANI)

Il momento più toccante di tutta l’esperienza è stato diviso in due serate. La prima serata, fatta di quattro lunghissime ore di condivisione, è stato il profondo racconto delle nostre vite, nostre e dei ragazzi: abbiamo raccolto storie belle e storie brutte, e abbiamo percepito quanto la natura umana, se tale si può definire, possa abbassarsi a violenze e brutture! Credo che certe cose rimarranno nel nostro cuore ma il nostro compito sarà quello di fornire sempre testimonianza di ciò che abbiamo sentito e vissuto. La seconda serata è stata la nostra restituzione scenica alla gente dell’isola. Senza falsa modestia, siamo stati bravi e alla fine siamo riusciti nel nostro scopo: scioccare (una signora che pensava stessimo veramente insultando il povero Laman), dare emozioni (Chris sa comunicare con la musica come pochi altri) e lasciare al mondo un messaggio (CONTAMINIAMOCI!)

LA NOSTRA PATRIA È UNA BARCA

Al termine di questa esperienza, porto a casa un grande calore nel cuore, una nuova casa alla Zattera, tanti amici che mi hanno insegnato un nuovo linguaggio di condivisione. Tutti noi siamo in viaggio, facciamo un percorso materiale o spirituale che ci porta in contatto con gli altri. Dobbiamo imparare a riconoscere i fratelli che fanno viaggi più difficoltosi del nostro e ad accoglierli con profonda dolcezza. Sul volo di ritorno avevo un sorriso di gratitudine, velato dalla tristezza di aver lasciato nuovi amici e uno sguardo di profonda determinazione con cui impegnarsi a ricordare che sulla barca ci siamo tutti, qualunque sia la nostra nazionalità, e che questa barca si chiama vita.

Lascia un commento