Missione, diario dalla Bolivia tra povertà, tensioni sociali e pandemia

di Suor Stefania Raspo *

La Bolivia è stata tra i primi Paesi dell’America Latina a chiudere le scuole: era il 12 marzo, quando erano appena comparsi i primi casi di Coronavirus nel Paese, tutti importati dall’Europa. Con questa politica decisa, che si è concretizzata con misure di quarantena gradualmente più forti, il governo di transizione di Jeanine Añez ha risposto a una domanda che mi facevo preoccupata, visto l’avanzare della pandemia verso di noi: “Il Paese saprà affrontare il virus, con le sue poche risorse?”. Infatti, la Bolivia è uno dei Paesi più poveri dell’America del Sud. Certamente non avrà la possibilità di tante unità di terapia intensiva, e qui, detto nudo e crudo, si muore quotidianamente per cose ben più banali.

La gente non si è opposta alle misure drastiche: è abbastanza abituata a paralizzazioni nazionali, e forse per questo (e per altri tanti motivi) ha saputo crescere nella pazienza. Ma questa volta non si tratta di lotte sindacali e politiche, contro il governo di turno: stavolta il nemico è invisibile, ma letale.

Il primo caso di Coronavirus è apparso nell’Oriente, nel Dipartimento di Santa Cruz. I successivi in Oruro, centro minerario nelle Ande, che è arrivato a contare 8 contagi in poco tempo. E’ interessante perché in Oruro, dopo il primo spargersi della malattia, c’è stato “silenzio epidemiologico”, come si ascoltava nei mezzi di comunicazione: ossia, non ci sono stati nuovi casi, e poco per volta i primi malati hanno iniziato a guarire: da 8 si è scesi a 7, quindi a 5. C’è stato un isolamento totale della città, e una ferrea disciplina ottenuta dalle autorità con la collaborazione della gente. Non oso pensare che metodi coercitivi sono stati usati, sicuramente drastici al modo andino. E così è successo anche qui da noi, in Vilacaya, piccolo paesino contadino del Dipartimento di Potosí: nella città sono apparsi i primi 3 casi, adesso siamo a 5. Domenica 29 marzo si sparge la notizia che c’è un caso sospetto vicino a noi, nel capoluogo della provincia: Puna. Le autorità originarie (siamo una comunità indigena quechua) hanno bloccato le entrate e le uscite dai paesini, hanno costruito barricate in modo che i mezzi di trasporto non potessero passare. Infatti, si sono riversate dalle città (nonostante il divieto di spostamento) molte famiglie, discendenti di famiglie del posto. In Puna sono arrivati in molti, e il caso sospetto era uno di loro.

Non sembra che nell’Oriente ci sia lo stesso rigore, e si capisce anche: la Bolivia è uno stato plurinazionale, composto da oltre 30 etnie differenti, e poi ci sono quelli che si dicono “criollos” che sono molto più occidentalizzati: in Santa Cruz i casi si moltiplicano di giorno in giorno, e speriamo che le misure della quarantena arginino il diffondersi della pandemia.

Come dicevo sopra, la Bolivia è uno dei Paesi più poveri dell’America del Sud: è poco industrializzata, la gente vive del guadagno giornaliero, molte volte in nero, o dal commercio al minuto. I Paesi che più hanno tardato a prendere misure di quarantena sono invece, i più industrializzati, e proprio per evitare danni economici, come il Brasile, che ancora, nella persona del suo Presidente Bolsonaro, sta dubitando della necessità di misure drastiche.

Da una parte si capisce che il nostro governo non ha avuto pressioni forti da parte dell’industria, molto debole nel Paese, ma c’è anche il rovescio della medaglia: che la gente vive del piccolo guadagno quotidiano, e la paralizzazione totale comporta la perdita delle entrate delle famiglie, che si trovano realmente in rischio di fame.
Il governo ha stanziato fondi per i poveri, ma finora non sono stati distribuiti. A questi problemi si aggiungono quelli delle comunità indigene che, vivendo lontane dai centri urbani, hanno molte difficoltà per l’approvigionamento. Anche noi, che viviamo solo a 18 km dal centro commerciale più vicino, siamo svantaggiati nella ricerca di derrate alimentari che, tra l’altro, sono cresciute – anche qui drasticamente – di prezzo.

Tutti pregano, e sperano che si scongiuri la diffusione del virus, a con buone ragioni: in uno dei primi giorni di quarantena, il ministro della sanità ha comunicato l’acquisto di 30 unità di terapia intensiva, ma il giorno dopo il commento generale era: non ci sono ospedali adatti per installare tali macchinari. Da parte loro, un gruppo di medici e infermieri ha annunciato ammutinamento fino a quando non fossero dotati delle protezioni necessarie, dalla semplice mascherina agli occhiali protettori, ecc.
La carta da giocare a tutto spiano è la comunicazione e coscientizzazione della gente, e devo che i mass media stanno facendo un buon lavoro: dalle musichette che spiegano come combattere il virus, all’operatore telefonico che nello smartphone, al posto del nome dell’impresa, ora fa comparire la scritta: “LavateLasManos” (lavati le mani).
Certamente questa paralizzazione totale non farà bene al Paese, che tra ottobre e novembre si è fermato, dopo i disordini sociali per i presunti brogli elettorali, ma c’è anche chi dice che i leaders politici di tutta America Latina si giocano la poltrona con le strategie che assumeranno.

Chi vivrà, vedrà. Mai stato tanto vero questo modo di dire.

* Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata

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