Il coronavirus non ferma il caporalato. Uno sguardo ai “sommersi dell’accoglienza”

di Anna Moccia

“La condizione dei braccianti in Italia al tempo del Coronavirus è molto complessa. Ci sono aziende che si stanno comportando in maniera corretta, dando ai braccianti mascherine guanti e rispettando durante l’attività lavorativa tutte le misure di sicurezza stabilite dai diversi decreti. Ma ce ne sono altre che, invece, cercano di sfruttare la situazione e si sta così ampliando il numero di braccianti che vengono impiegati in condizioni lavorative non regolari, a volte completamente in nero e altre volte in un nero “sfumato”, che significa un grigio diffuso”.  Così racconta a Terra e Missione il fenomeno del caporalato Marco Omizzolo, sociologo di Eurispes e Amnesty international, da anni in prima linea nel denunciare il caporalato e le condizioni indecenti di vita degli immigrati sfruttati nell’Agro Pontino laziale.

Qual è la situazione attuale nell’Agro Pontino?

“Sicuramente sono in aumento i casi di caporalato e di violazione delle normative contro il coronavirus. Si tratta di un fenomeno che è stato anche ufficialmente registrato e denunciato. Ad esempio, di recente sono stati fermati tre italiani che conducevano altrettanti furgoni con all’interno 20 braccianti bangladesi, che lavoravano senza il rispetto delle misure di sicurezza. I tre uomini sono stati denunciati dal commissariato di polizia di Terracina. La situazione è molto grave perché la filiera produttiva resta aperta e ciò significa che nelle campagne attualmente vi sono impiegati braccianti italiani e stranieri, molti dei quali vivono in condizioni di sfruttamento e di esposizione al coronavirus”.

Quali misure si possono adottare per proteggere questi lavoratori?

“Un limite è sicuramente quello della traduzione, culturale e linguistica, delle direttive nazionali alle comunità più emarginate e più sfruttate. Molte comunità si stanno auto-organizzando e anch’io sto lavorando direttamente con Eurispes allo scopo di tradurre quelle direttive in un linguaggio comprensibile da parte dei braccianti. Insieme ai mediatori tutti i giorni diffondiamo in lingua Hindi e Punjabi tutti gli aggiornamenti e raccomandiamo sempre di rispettare le misure stabilite dal decreto. C’è quindi un lavoro di organizzazione e autorganizzazione che deriva dal terzo settore, attraverso un processo di coinvolgimento dei braccianti stessi e una relazione di fiducia che nel corso del tempo sta dando straordinari risultati”.

Spesso le condizioni di vita di queste persone sono pessime.  Il coronavirus rischia di aggravare la situazione?

“Il problema è molto serio. Di recente Tempi Moderni ha diffuso la notizia sulla morte di Nash , un ragazzo del Gambia richiedente asilo, deceduto a causa del coronavirus. È uno dei tanti giovani venuto in Italia perché fuggito da una condizione di discriminazione e di violenza ma che non ha trovato nel nostro Paese quello che immaginava e che avrebbe dovrebbe essere. Nash è uno di quelli che Amnesty International definisce i “sommersi dell’accoglienza”. Era anche lui un bracciante e aveva lavorato dapprima in Puglia e poi nell’area di Castel Volturno e di Villa Literno in condizioni di grave sfruttamento lavorativo. A causa del decreto sicurezza si era ritrovato a vivere in condizioni sempre di maggiore emarginazione finché non è stato colpito dal coronavirus. Amnesty ha diffuso un dossier molto accurato, “I sommersi dell’accoglienza”, che fa il punto sugli effetti del Decreto Salvini, denunciando le emarginazioni dei più fragili, sui quali si sta abbattendo in maniera molto grave il coronavirus. Nash ne è un esempio ed è anche la dimostrazione di quanto le direttive, anche quelle a livello regionale, poi non riescano ad arrivare se interrompiamo la catena comunicativa e di fiducia che lega i braccianti più fragili al terzo settore, attraverso il volontariato e altre forme professionali, siano esse laiche o religiose”.

Quali sono i principali ostacoli che incontrate?

“Gran parte della comunicazione prodotta nel corso degli ultimi anni ha finito col ghettizzare non solo i migranti ma anche gli operatori e le operatrici che sono impegnati su questi temi, definendoli coloro che in realtà sfruttano quelle situazioni o che intascano soldi in modo fraudolento. È una situazione di rischio che oggi come Paese stiamo pagando perché nelle campagne ci sono gravi condizioni di sfruttamento. Alcune prefetture stanno lavorando in maniera molto corretta e con grande attenzione ma ce ne sono altre che, magari perché affogate da altre emergenze o ancora non sensibili al tema, che lo stanno trascurando. Su questo c’è un grande lavoro da fare”.

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