Riscoprire la vulnerabilità dell’uomo e della Chiesa

di Claudia Giampietro*

Sono giorni di grande silenzio a Roma, il cuore della città non pulsa più al ritmo del traffico e la natura è l’unica a cui sia permesso farsi vedere e sentire: ciuffi d’erba spuntano timidi tra i sampietrini, il canto degli uccelli alle prime luci del mattino regna incontrastato. Nel silenzio si odono anche le voci di chi ci lascia, quasi in punta di piedi, mentre le nostre mura domestiche divengono mura di contenimento del dolore che ci trafigge beffardo all’improvviso, al risveglio, quando siamo più vulnerabili.

Non c’è tempo per riaprire gli occhi, l’alba di un nuovo giorno è impietosa foriera di brutte notizie: “se ne è appena andata”. Sono parole che arrivano come un pugno allo stomaco, è la conferma della precarietà della vita che ci coglie impreparati e soli. Famigliari, amici, colleghi, volano via come foglie di tarassaco su cui soffia un bambino. È una primavera atipica, dai toni sinistri. La situazione è talmente impietosa da renderci distanti spettatori della morte di coloro che amiamo, leggiamo fino all’ultimo istante i messaggi di chi in ospedale lotta tra la vita e la morte: “Sono su una barella da giorni, la situazione è seria e delicata”. Immaginiamo i nostri cari, mentre avanzano troppo velocemente su un campo minato, senza sapere in quale direzione muovere i propri passi. Rispondiamo ai loro messaggi illudendoci di recare sollievo, mentre nella nostra mente respingiamo la struggente idea della solitudine di chi vive in prima persona la malattia.

Una cara amica e collega, una religiosa italiana recentemente scomparsa che ha dedicato la sua vita al lavoro con migranti e rifugiati, nel mese di dicembre del 2019 raccontava ai giovani nelle scuole il dramma degli sbarchi a Lampedusa e delle tragiche morti dei migranti. I bambini annegavano in mare, scivolando alle mani dei soccorritori che piangevano disperati. Le bare a disposizione non erano sufficienti e venivano costantemente pulite e riutilizzate.

Ora anche noi stiamo naufragando a casa nostra, l’agonia di chi non ha più certezze si attorciglia intorno ai nostri corpi come un serpente, rendendoci immobili e impotenti. In questi giorni in Italia sono gli italiani a scivolare alle mani di dottori che piangono perché non c’è altro da fare, le immagini dei cortei di bare trasportate dall’esercito italiano hanno sconvolto migliaia di persone. Un recente reportage del New York Times ha mostrato l’inferno di malattia e sofferenza che imperversa da un mese al nord del Paese.

Diversi articoli pubblicati da quotidiani esteri hanno dato per scontato che negli ospedali italiani fosse in atto una scelta tra i pazienti da ammettere: gli anziani devono essere sacrificati. Eppure, non è così! Sappiamo con quanta tenacia si sia battuto e continui a battersi il nostro personale medico, costantemente al fronte di una guerra contro un nemico invisibile.

Giorgio Gori, sindaco della città di Bergamo – tristemente nota per l’alto numero di decessi dovuti al Covid-19 – ha affermato in una trasmissione televisiva che il numero reale di persone decedute a motivo dell’epidemia nel mese di marzo sarebbe di almeno due volte e mezzo superiore a quello comunicato ufficialmente dalla Protezione Civile. È la sconfitta di quei dati a cui ci aggrappiamo, quasi fossero salvagenti gettati in mare nella burrasca di un’epidemia subdola che continua a mietere vittime.

Un nuovo lutto sociale si insinua tra di noi, mentre si fa sera, e un giovane cerca di divincolarsi dalla presa della paura urlando alla finestra, “ce la faremo!”. Il ricordo di chi non c’è più domina i nostri pensieri, si mischia all’impasto del pane che prepariamo nelle nostre case; affondiamo le mani nella soffice farina, quasi a voler raccogliere ogni istante vissuto con i nostri cari, e la fragranza del pane sfornato è l’unica breve consolazione che ci possiamo concedere davanti a un grande dolore: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. La sera del giorno di Pasqua la voce di un tenore spezza il grande silenzio e si fa preghiera per il mondo, mentre le guglie del Duomo di Milano sembrano trattenere a stento il desiderio di piegarsi e avvolgere in un abbraccio quell’uomo che canta e commuove. La nostra vulnerabilità è un nervo scoperto, siamo nudi agli occhi del mondo.

Nel mezzo di questa tempesta, a soffrire sono anche tutti quei bambini che vivono la quarantena senza la possibilità di accedere alle risorse online messe a disposizione dalla scuola. Per quanto possa sembrare difficile da immaginare, sono tante le famiglie che non possono permettersi l’acquisto di un computer o un tablet per assicurare il rispetto del diritto dei bambini all’apprendimento. L’ulteriore isolamento in questi casi rischia di arrecare danni consistenti, dato che i più vulnerabili vengono colpiti in modo ancor più ingente e non è facile per le istituzioni porre rimedio a un’altra emergenza nell’emergenza. Giovani studenti italiani indirizzano al mondo lettere dal futuro, in attesa che qualcuno risponda.

Ogni giorno, nella Chiesa cattolica, collaboro con religiosi superiori di ordini internazionali nella lotta agli abusi di ogni forma. Cerco di comprendere le molteplici sfumature della vulnerabilità da tutelare, e vedendo cosa è accaduto nelle ultime settimane, mi sembra che tale vulnerabilità sia diventata ancor più palese e che il lavoro che sto svolgendo debba attingere nuova linfa a un’apertura globale verso quella sofferenza che rimane soffocata nel silenzio.

Sr. Nuala Kenny – una religiosa pediatra e bioeticista americana – ha scritto un libro molto importante dal titolo Still Unhealed (Una ferita ancora aperta). In materia di abusi, possiamo dire che la nostra Chiesa è ancora in prognosi riservata, e questa diagnosi al momento coincide con quella del nostro Paese e del mondo. Sono troppe le fragilità ignorate e i potenziali inespressi nel mondo ecclesiastico e sono tante le voci che invocano un cambiamento, andando incontro al solito destino: l’oblio.

Riscoprire la vulnerabilità dell’uomo in condizioni di pandemia ha un significato di inestimabile valore per riscoprire la vulnerabilità di un’istituzione millenaria, che fatica ancora a operare una lettura sincera del carattere endemico dell’abuso.
I nostri sistemi devono essere ripensati, occorre coraggio per rendere la crisi motivo di crescita e di nuove opportunità. Solo se non torneremo a vivere come prima e saremo capaci di dare voce alla nostra vulnerabilità, potremo dire davvero che “tutto andrà bene”.

* Canonista, Unione internazionale delle superiore generali (UISG)

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4 Comments Add yours

  1. piattaformainfo ha detto:

    Brava Claudia. Un bellissimo articolo: bilanciato e molto partecipato emotivamente. Grazie!

  2. ladykla ha detto:

    Grazie di cuore, Patrizia!

  3. Profondità e bellezza.
    Auguri, Claudia!

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