Kenya, padre Kizito: «Negli occhi dei ragazzi la speranza»

di Anna Moccia

Il Covid-19 continua ad espandersi in Kenya, anche al di fuori delle aree che erano inizialmente colpite. Il numero totale di casi confermati all’interno del Paese è salito a 281, con l’aggiunta di 11 nuovi casi. Sette dei nuovi casi provengono da Mombasa mentre gli altri quattro da Nairobi, città dove padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano, svolge un prezioso servizio per strappare i giovani dalla strada e restituire loro una vita dignitosa. Una missione ancora più preziosa in tempi di coronavirus.
«In questi giorni – ci racconta il missionario – ho fatto dei brevi incontri con i 41 ragazzi che abbiamo riscattato dalla strada il 31 marzo con l’aiuto dello Street Families Rehabilitation Trust Fund e sono a Kerarapon (località agricola a circa 15 chilometri dal centro di Nairobi). Ieri ho spiegato loro che presto riceveranno un visita dal personale della Sanità per verificare la situazione igienica generale e che magari faranno loro una visita medica completa, anche col tampone.
I più grandicelli, 15 anni o giù di li, hanno occhi da stregoni, occhi di persone che già conoscono tutto, come direbbe il mio amico Arnoldo. Occhi che quando gli parli ti guardano fisso, ti trapano l’anima, ti vogliono leggere dentro, e probabilmente ci riescono. Occhi che hanno visto tutto. Occhi che ti mettono davanti alle tue responsabilità, ti fanno pesare ogni parola che dici, ogni gesto che fai. Non li voglio illudere, sarebbe imperdonabile se tentassi di farlo, ma sarebbe comunque impossibile farlo. Occhi che poi a fine incontro ti dicono che sono ancora capaci di farti credito e di tornare a sperare, credere, amare».

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La missione di padre Kizito ha orizzonti sempre nuovi, radicati nella vita condivisa all’interno di una comunità che si chiama Koinonia.
«La comunità – continua – è in continuo contatto con i servizi sociali governativi, che si trovano ad affrontare situazioni difficili. Mercoledì scorso siamo stati richiesti di intervenire con nostri operatori di strada per aiutare e convincere le varie piccole bande di ragazzi rimasti nel centro città ad essere ospitati in strutture messe a disposizione da diverse organizzazioni. Non è stato facile, e poi nelle strutture i ragazzi non sono stati sempre accolti da personale preparato. Questi sono ragazzi che se sono trattati come in un riformatorio, se si sentono solo gridare ordini, si ribellano. Bisogna coinvolgerli, che siano responsabili veri nel gestirsi e gestire il loro gruppo. Sono state giornate di tensione, durante le quali ci venivano continuamente richiesti nuovi interventi, non solo in strada ma anche nelle strutture dove erano stati inseriti i ragazzi. Mi è anche capitato di ricevere una telefonata con la richiesta di intervenire e dare ospitalità a duecento ragazzi. Duecento?! Come fare? Accoglierli male, in case senza spazi adeguati, magari mettendoli insieme a ragazzi che hanno già fatto un cammino di cambiamento, sarebbe stato un disastro.
Senza togliere il merito del contenimento all’immediato intervento del governo, credo comunque che la scarsa presa che il coronavirus sembra avere in Kenya dipenda anche dal fatto che questi ragazzi da piccoli hanno superato ogni genere di infezione, malarie, tubercolosi, nati da una generazione so-pravvissuta all’AIDS, probabilmente hanno un sistema immunitario molto ben allenato ad affrontare le malattie».

In generale, comunque, l’allerta in Africa resta molto alta. Per questo l’OMS sta intensificando la sua azione di sostegno per il continente in questo allarme epidemia. In un territorio con sistemi sanitari di base lacunosi e una limitatissima disponibilità di acqua e terapie intensive, sono diversi i fattori che si intersecano per farne un preoccupante bersaglio per il coronavirus. Se tutto ciò fa paura, la solidarietà non deve averne e il lavoro instancabile di missionari come padre Kizito è un esempio straordinario per aprire in noi tutti lo sguardo al futuro con speranza e coraggio.

Copertina: Foto di gypsyborn2013 da Pixabay

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