Come cambia la missione in tempo di Coronavirus, anche in Mongolia

A colloquio con sr. Sandra Garay, da quattro anni ad Arvaikheer, nella Mongolia centrale: «Viviamo questo tempo come un’opportunità per riscoprire l’essenziale»

di Anna Moccia

Il nostro stile di vita sta già cambiando e secondo sr. Sandra Garay, Missionaria della Consolata, questo tempo di isolamento e di distanza determinato dal Coronavirus può rivelarsi “un’opportunità per crescere interiormente”. In Mongolia dal 2004, precisamente ad Arvaikheer, capoluogo della provincia del Ôvôrhangaj, ci racconta la situazione attuale e le sfide della missione:

«Sebbene la situazione nel Paese sia abbastanza sotto controllo, localmente le nostre attività sono sospese e anche noi sentiamo il peso di non poter uscire. Ci manca l’incontro umano con l’altra persona, lo stare semplicemente insieme, che è centrale nella nostra missione. Allo stesso tempo, siamo molto vicini all’Italia, e in particolare a tutti coloro che sono malati o che sono nel dolore per la perdita dei loro cari».

Nel Paese asiatico i missionari e le missionarie della Consolata sono presenti dal 2003. La missione ad gentes è una delle dimensioni dell’attività della Chiesa e la sfida della Mongolia rappresenta la possibilità di esprimere a pieno il carisma della congregazione, di consolazione verso i poveri ed i sofferenti che sono i più poveri tra i poveri.

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«In questo tempo in cui tutto è sospeso – dichiara la suora – abbiamo però la possibilità di riflettere, pregare di più e cercare di scoprire in tutto quello che sta capitando la volontà di Dio, che  sempre una volontà di vita. Siamo certi che, sebbene in questo momento in cui sembra che non si possa fare niente, Dio agisce, è sempre presente accanto a chi soffre e trova cammini impensabili per arrivare a chi è solo o nel dolore. Egli sa sempre come far arrivare il suo amore e la sua misericordia».

La missionaria invita a considerare la pandemia anche “un’opportunità” per crescere interiormente e migliorare come persone: «Sono d’accordo con tanti che dicono che stiamo recuperando aspetti che avevamo tralasciato del nostro essere umani, stiamo tornando ad essere persone, a tessere relazioni belle, a dare all’altro il vero valore. Credo che questa pandemia stia mettendo in questione la nostra identità umana e la nostra identità sociale. Che cosa è più importante? E cosa scelgo per me e per gli altri? L’essenziale stavolta è visibile agli oggi e questo è il tempo di camminare come umanità. Noi qui nel nostro piccolo, nella missione di Arvaikheer, ci sentiamo parte di questo cammino e preghiamo per un futuro migliore, per un’umanità più equilibrata e responsabile, più rispettosa della natura e dell’altro. E anche più felice».

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