«Chiesa in Niger, non solo sofferenza, anche speranza»

di Anna Moccia

La pandemia non risparmia neanche il Niger, Paese dell’Africa occidentale più povero al mondo. “Ma qui gli effetti del contagio sono ancora limitati”, racconta padre Mauro Armanino, missionario della Società delle Missioni Africane (SMA) originario di Casarza Ligure, che dal 2011 si trova a Niamey, capitale del Niger. Alla data di oggi, con 7 nuovi casi si raggiunge il numero di 781 persone contaminate, 586 guarite e 42 decessi.

«Dalle ultime indagini – afferma padre Mauro – risulta che le 8 regioni del Paese sono toccate dall’epidemia in misura minore rispetto alla capitale Niamey. C’è da aggiungere che, in buona parte, la gente prende relativamente poco sul serio la pandemia e i motivi sono vari. Da un lato la contaminazione è ridotta, sono poco visibili i malati e, salvo casi particolari, anche i deceduti. Corrono poi voci, non del tutto infondate, che alcune persone siano state pagate per dire di avere contratto la malattia. C’è il sospetto del cosiddetto “covid-business”, che consiste nel dare cifre importanti di malati per ricevere aiuti più consistenti dall’esterno. Ciò dimostra, una volta di più, la sostanziale sfiducia dei cittadini rispetto ai propri dirigenti. La vita tutto sommato è normale. A parte la chiusura di scuole, chiese e moschee, con l’aggiunta di un coprifuoco che va dalle 21 alle 5 di mattina, tutto appare secondo lo stile abituale del vivere. L’invito ai gesti “barriera” è relativamente rispettato e si prega nelle moschee senza troppi problemi».

Se la crisi legata alla pandemia è per ora sotto controllo non lo è la crisi legata al terrorismo ‘jihadista’. «Siamo in una situazione emergenziale dal 2015 – continua il missionario -, da quando una parte delle chiese sono state bruciate in seguito all’affare “Charlie Hebdo”; c’è poi stato il rapimento di padre Pierluigi Maccalli, anche lui missionario SMA, nel 2018; il ferimento di un prete l’anno seguente e l’abbandono forzato di almeno due parrocchie più tardi. Questo per comunità piccole, fragili e inserite in un “oceano” islamico è un tempo critico. Certo si fa quel che si può per mantenere i contatti, proporre contatti Whatsapp, omelie informali e altre proposte simili ma nulla sostituisce l’incontro fisico, della domenica, vero ‘polmone’ per la fede delle nostre comunità. La nostra Chiesa è in sofferenza, non da oggi, come una Pasqua perenne».

Una buona notizia che apre uno spiraglio alla speranza arriva proprio durante questo tempo di pandemia e riguarda il sequestro di padre Maccalli: «La certezza che è vivo, dopo il video che lo vede in relativa buona salute, datato il 24 marzo scorso, e soprattutto la certezza che il suo passaggio pasquale è di una straordinaria e misteriosa fecondità evangelica per la Chiesa tutta».

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