Giappone, Saveriane: «Migranti, carcerati, poveri. Sono i più fragili a pagare di più»

di Anna Moccia

Nonostante un numero complessivo di contagi apparentemente molto ridotto rispetto ad altri Paesi, anche i medici giapponesi sono alle prese con la lunga ed estenuante battaglia contro il coronavirus. Nel complesso i contagi accertati nel Paese sono 15.968, il bilancio dei morti è di 657. Le Missionarie di Maria-Saveriane sono presenti in Giappone dal 1959 con una delegazione formata da tre comunità: Izumi e Sennan, nella diocesi di Osaka, e Miyazaki, nella diocesi di Oita. Dopo cinque anni vissuti a Izumi, sr. Gloria Enciso Aldana, di origini messicane, da sette anni vive a Sennan insieme ad altre tre sorelle giapponesi. È lei a raccontare come il Paese sta affrontando la pandemia.

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«La situazione attuale del Giappone comincia a migliorare – racconta la missionaria -, pian piano i contagi diminuiscono ma il primo ministro Abe ha confermato che lo stato di emergenza in alcune prefetture durerà fino al 31 di maggio. Sono circa 3 mesi che ci troviamo in questa fase di lockdown, che ha provocato varie povertà, disoccupazione e stress familiare. Tante nonne devono badare ai loro nipoti affinché le mamme possano andare al lavoro, quelle che ancora un lavoro ce l’hanno. Il governo ha messo in programma un aiuto economico per le piccole e medie imprese e un contributo per ogni cittadino, che però tarda ad arrivare».

Sr. Gloria conferma che tutte le attività, sia pastorali che di insegnamento, sono state sospese. La diocesi ha però organizzato momenti di preghiera online, come la trasmissione delle messe in diretta streming e la recita del rosario. Alcune sorelle, ogni sera, si uniscono alle missionarie di America e Tailandia per recitare il rosario insieme tramite Facebook. Sono sospese anche le attività nel campo sociale: «Un servizio essenziale – sottolinea – è quello che offrivamo con l’assistenza nelle carceri o l’accompagnamento dei migranti. Normalmente l’incontro nelle carceri si svolgeva una volta al mese e poteva partecipare chiunque, a qualunque religione appartenesse. C’era anche la possibilità di avere un colloquio personale. Io mi occupavo della pastorale ai migranti. Le problematiche in questo caso sono diverse, tanti di loro ad esempio soffrono grandi ingiustizie, lavorano per tante ore e vengono pagati poco. Ci sono anche problemi familiari legati alla lingua perché i bambini parlano il giapponese mentre i genitori no. Una volta al mese, prima della pandemia, mi recavo inoltre in un quartiere dove sono riuniti tutti i poveri della città. Lì, dove volontari di diverse fedi distribuiscono cibo già pronto per i senzatetto, noi normalmente prepariamo circa 400 piatti di minestrone di riso. Alcuni di questi poveri abitano in un parcheggio messo a loro disposizione dal Comune, altri in piccoli appartamenti. Sono giapponesi che non sono riusciti a tenere il ritmo della vita sociale; la famiglia non li accetta più, perché sarebbe un disonore. E anche trovare un lavoro diventa per loro quasi impossibile, perché non hanno un indirizzo».

Essere missionarie è anche questo: il coraggio di uscire dalle proprie comodità e andare dagli ultimi, dagli ammalati, per portare loro la forza della Parola di Dio. «In un Paese in cui i cattolici rappresentano solo lo 0,3 percento della popolazione totale – conclude sr. Gloria -, con la forza della preghiera sosteniamo e incoraggiamo le comunità cristiane con cui lavoriamo e tutte le persone che soffrono per questa pandemia».

 

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