«La mia missione? Mettermi in ascolto»

di Giovanni Parolari *

Quando si parla di missione, non bisogna solamente pensare ad opere faraoniche nel deserto per aiutare persone sconosciute e lontane che abitano “alla fine del mondo”.

La missione è anche porsi in ascolto del prossimo, senza distinzioni di alcun genere, nella nostra quotidianità e nella nostra realtà, aprirsi al dialogo con tutti, perché i diversi punti di vista sono innegabilmente un valore aggiunto e un punto di partenza per mettere le basi per realizzare progetti più grandi, anche ai confini del mondo.

Dimostrarsi sordi e ciechi verso chi ci vive accanto, o peggio, ostacolare per partito preso senza pensare al bene comune, anteponendo sempre il proprio interesse in una logica individualista, non porta al vero messaggio di solidarietà, fratellanza e comunione nel mondo, caratteristiche essenziali per la vera missione.

Questo mondo è diventato successivamente anche il “mio” mondo; infatti a partire dal 2013 lavoro nell’associazione missionaria AMICI Betharram Onlus che sostiene le opere legate ai padri di Betahrram: qui missione e lavoro diventano una cosa sola.

Se nelle mie esperienze di volontariato ho avuto modo di conoscere la punta dell’iceberg, a partire da quel momento ho potuto iniziare a comprendere tutto quel mondo, progettuale e organizzativo, che non si può conoscere se non vi si è all’interno.
Principalmente mi occupo di seguire l’andamento dei progetti in ambito  sanitario e scolastico sia nei paesi africani, sia in Thailandia, seguo i volontari nella preparazione e nelle pratiche burocratiche, preparo i container da spedire; mi dedico all’organizzazione di iniziative solidali, senza dimenticare di portare la testimonianza, non tanto personale, ma dei missionari nelle scuole e parrocchie.
Non mancano inoltre le visite in missione per monitorare i progetti in fase di realizzazione e creare reportage, per far vivere e conoscere il più possibile la realtà a tutti coloro che sostengono l’associazione.

“Akwaba” e “Merveille”

Nell’estate del 2018 ho avuto la possibilità di organizzare un campo di lavoro per giovani, italiani e francese legati ai padri del Sacro Cuore di Betharram, accompagnandoli in Costa d’Avorio.
Ci sono due parole che hanno segnato questa esperienza: “Akwaba” e “Merveille”; queste stesse parole, credo, possano riassumere bene tutte le tappe missionarie di questo lungo viaggio.
“Akwaba” significa “benvenuto” ed è usata in tutta l’Africa dell’ovest con un significato profondo: è una dichiarazione di accoglienza all’interno di una comunità.
Meraviglia, appunto “Merveille” é la bellezza di “osare l’incontro” verso l’altro, incontrarsi, conoscersi dopo aver percorso ognuno il proprio cammino.
Meraviglia è “vivere la fede”, senza timore, anzi scoprendo un nuovo modo di viverla.
Meraviglia è “agire solidale”, rimboccandosi le maniche facendo cose mai fatte fino a quel momento, rendendosi cosi utili verso chi ha più bisogno.
Meraviglia è tornare scoprendo di essere un po’ “diversi”, scoprendo la gioia del donarsi e del ricevere e scoprendo l’Amore vero che nasce dal prendere il largo e saper accogliere ciò che ci viene donato.

L’Africa, cosi come la missione in un più ampio respiro, è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera: lo sono i suoi silenzi infiniti; i suoi tramonti, quegli incontri con piccoli e grandi, quel suo cielo che sembra molto più vicino del nostro, perché si vede di più, perché le sue stelle e la sua luna sono più limpide, nitide, pulite: brillano di più…forse come noi che la viviamo e ne siamo rapiti.
Non si smette di navigare e camminare, vivendo ogni istante a cuore libero e aperto, pronto ad accogliere.

La missione come dono

Al termine di un viaggio non è mai semplice riempire la valigia cercando di portare con se tutto ciò che è stato vissuto, ma quali doni porto con me lungo questi anni?

Porto i tanti chilometri fatti su molte strade asfaltate e su strade sterrate al limite della praticabilità,porto con me le persone incontrare, grandi e piccoli, porto con me la gioia di aver vissuto momenti unici.
Porto l’incontro con i missionari che nel silenzio di questi anni, hanno saputo “edificare” prima che costruire, legami grandi; quegli stesse persone che ogni giorno tengono aperte per tutti le porte delle loro missioni.
Porto con me tutte quelle emozioni contrastanti: all’inizio speranze, domande e in quel momento il desiderio di restare e la gioia per i doni ricevuti.
Porto la gioia di aver riscoperto una fede nuova, diversa, una fede forse più autentica.
Porto come me ogni singolo incontro, nella consapevolezza che ciò che i è stato donato è di gran lunga superiore a ciò che posso aver potuto dare e offrire di me.
Porto con me la gratitudine di chi mi ha accolto e mi ha accompagnato “per mano” lungo tutto quel periodo.
E infine … porto con me quell’Amore ricevuto in modo particolare dai più piccoli, con le loro mani che stringevano le mie e poco importa se con gli occhi a mandarlo, o con la loro incredulità nel constatare il colore diverso della pelle perché c’è un qualcosa che gli accomuna: come donano serenità e gioia.

Il futuro è tutto da scrivere, certo non posso nascondere che ci siano sogni e speranze.
Quando parto per rientrare da uno di questi viaggi non riesco a dire “torno a casa” perché oggi più che mai sento che quelle terre e quella gente fanno parte di me e le sento un po’ ormai “casa”; chi l’avrebbe mai detto quel 5 agosto di dodici anni fa?

* Associazione AMICI betharram onlus

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