Dalla pace delle armi alle armi della pace

“Le sue ‘armi’ della pace erano i poveri”. A 22 mesi di prigionia di padre Gigi Maccalli, dal Niger la riflessione di p. Mauro Armanino, confratello della Società per le Missioni Africane (Sma)

di p. Mauro Armanino *

Sacralizzata o no, è da tempo che si attribuisce alla violenza armata, di cui le guerre e dunque la morte ‘sul campo’, uno statuto quasi naturale nel nostro immaginario simbolico. La storia umana, imparata sui libri e commentata dai monumenti, è una storia di guerre. Siano esse di conquista, di occupazione, di resistenza oppure preventive, ogni volta più sofisticate. Si crede ciecamente che solo l’uso delle armi e del sangue versato possano ottenere la pace. Quanto accade nel Sahel, con questa infinita litania di morti, feriti, sfollati, profughi o rapiti, ne è un’esemplificazione tangibile e misurabile. Continuare a produrre, vendere, esportare, riciclare armi per fermare la violenza dei gruppi armati (terroristi, jihadisti, banditi, trafficanti e contrabbandieri) non avrà altro risultato che quello di perpetuarne il tragico rituale. Essa si è trasformata col tempo in identitaria, comunitarista, in gruppi di autodifesa o in militari governativi che, spesso, provocano più decessi che i gruppi armati stessi. Questa è la pace delle armi, una pace di sabbia.

Le armi della pace

Pierluigi, da sempre, ha usato esclusivamente le armi della pace. A 22 mesi dal suo rapimento è bene ricordare le ‘armi’ che aveva importato nell’Africa Occidentale dove si è trovato a realizzare la sua vocazione missionaria. Già in Costa D’avorio e precisamente a Bondoukou, cittadina ad oltre 400 km dalla capitale economica Abidjan, aveva realizzato un centro di accoglienza per i disabili. Molte persone e in particolare bimbi e bimbe avevano potuto alzarsi e camminare con dignità dopo essere stati operati alle gambe nell’apposito centro di Bonoua. Li conduceva lui stesso con l’auto, dopo averli accolti, riconosciuti e convinti a rischiare il viaggio per una possibile guarigione. Tornavano a casa camminando, talvolta con le stampelle e, per qualche miracolo, con le loro gambe, destando stupore e imitazione. I bambini prima nascosti per vergogna o timore dai genitori, venivano allo scoperto, certi di essere aiutati.

La stessa arma Pierluigi l’ha portata nel Niger fin dal suo arrivo. L’attenzione ai malati, a chi non aveva cibo e acqua sufficiente per vivere dignitosamente, la priorità di coloro che non interessavano a nessuno perché poveri e contadini perduti nella savana alla frontiera tra il Niger e il Burkina Faso. Cittadini invisibili di un Paese che li considera doppiamente stranieri perché per buona parte cristiani. Gigi sapeva bene che senza giustizia, libertà, verità e dignità nessun cantiere della pace avrebbe mai potuto vedere la luce. L’opzione per i poveri è stata per lui come una conseguenza della follia evangelica. La ‘Basilica’ di cui andava fiero e che ha probabilmente contribuito a farlo rapire, era la Chiesa che nei poveri trova l’unica ricchezza che le sia consentita. In realtà la sua ‘arma’ della pace erano i poveri. Ora, in questi 22 mesi di prigionia, è lui stesso, proprio perché indifeso, l’arma della pace più potente che mai poteva portare nel Niger.

* Mauro Armanino, missionario della Società delle Missioni Africane (SMA) originario di Casarza Ligure, che dal 2011 si trova a Niamey, capitale del Niger. Autore di Terra e Missione

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