Voci dai monasteri. La missione delle monache Trappiste in Portogallo

Lettera delle monache Trappiste di Vitorchiano, arrivate in Portogallo per la missione nel nuovo monastero che si sta costruendo. Un segno di ringraziamento per le tante vocazioni fiorite in questi anni.

Scriviamo dal Portogallo, dove dall’ottobre scorso abbiamo dato inizio ad un nuovo monastero della monache Trappiste: Santa Maria, Mãe da Igreja. Per ora abitiamo in quella che sarà la futura foresteria, in attesa di costruire il monastero vero e proprio.

Ci troviamo al confine con la Spagna, in questa zona periferica e abbastanza spopolata di Tras os montes, dove i giovani emigrano e i tanti paesini sparsi qua e là sono abitati generalmente da persone anziane.

Monastero Santa Maria, Mãe da Igreja delle monache Trappiste in Portogallo

Perché siamo qui? Perché abbiamo lasciato il nostro monastero in cui eravamo felici e la nostra numerosa comunità che amavamo? La risposta è abbastanza semplice: il vescovo di Bragança, che ha fiducia nella vita monastica e nella sua capacità semplice di testimonianza cristiana e di attrazione, ci ha chiamate nella sua diocesi.

La nostra comunità attuale, composta da 10 sorelle, proviene dal monastero di Vitorchiano, che nel giro di 50 anni ha fondato 8 monasteri: il primo in Toscana, perché erano arrivate molte vocazioni e a Vitorchiano non ci stavamo più, ma subito dopo in paesi dove non c’erano ancora monasteri femminili trappisti: in Argentina, in Cile, in Venezuela, in Indonesia, nelle Filippine, nella Repubblica Ceca ed ora in Portogallo.

In più, abbiamo adottato un monastero nella Repubblica Democratica del Congo, inviando 5 sorelle in aiuto alla piccola e fragile comunità locale.  In tutti questi casi l’iniziativa non è stata nostra: sempre un vescovo ci ha sollecitate o ha accettato volentieri la proposta venuta da altri, perché andassimo a fondare nella sua diocesi.

Monastero Santa Maria, Mãe da Igreja, monache Trappiste in Portogallo

Perché abbiamo fatto tutte queste fondazioni, spesso in condizioni difficili, sia dal punto di vista economico o per difficoltà di altro genere? Perché la missione, il portare Cristo ad altri è proprio di tutti i cristiani, ma in particolare delle istituzioni religiose e dei consacrati, il cui carisma è stato ufficialmente confermato dalla Chiesa.

La vita monastica, che risale ai primi secoli del cristianesimo e che lungo i secoli si è sviluppata nelle sue varie forme, contribuendo anche alla crescita della civiltà e della cultura, ha sempre cercato e favorito la missione, per far conoscere Cristo attraverso la testimonianza di una vita orante, fraterna e laboriosa. E questa testimonianza è stata recepita nei luoghi e nelle culture più diverse e si è diffusa enormemente, pur attraverso le difficoltà e i drammi che comporta la storia degli uomini.

Oltre alla missione e nonostante il voto di stabilità che lega il monaco alla sua propria comunità, il monachesimo ha sempre favorito la xeniteia, cioè il fatto di andare a testimoniare Cristo in un Paese straniero, dove le condizioni di vita, la lingua e i costumi rendono questa testimonianza difficile e sofferta, perché il monaco missionario possa assomigliare sempre più a Cristo, che ha patito ed è morto per noi.

Foto di spalle delle Monache trappiste di Vitorchiano durante la celebrazione dei vespri

Ma allora, i monaci e i missionari sono infelici e l’infelicità se la vanno a cercare? Certamente no! Vi possiamo testimoniare, perché ne abbiamo conosciute molte, che non ci sono persone più libere, contente e amanti della loro vocazione, del Paese in cui vivono e dei suoi abitanti, dei missionari e dei monaci che vivono sul serio la loro chiamata missionaria.

Prendete come esempio i 7 monaci di Tibhirine, che hanno vissuto in Algeria per molti anni e che non avrebbero abbandonato il loro povero monastero e la gente musulmana del loro villaggio per tutto l’oro del mondo: durante la guerra civile sono stati rapiti e uccisi. Ebbene, non erano persone infelici, al contrario! Avrebbero potuto salvarsi facilmente tornando in Francia, ma hanno voluto condividere fino in fondo per amore la sofferenza del popolo che era diventato il loro.

La missione, quando è risposta ad una chiamata di Dio – che esige certamente l’accettazione del sacrificio quotidiano – è sempre una vocazione alla gioia, perché è una vocazione ad amare Cristo e i fratelli.

                                                           Le monache Trappiste

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