Finalmente a casa. Sr. Roberta Pignone racconta il suo rientro in Bangladesh

Lettera della missionaria del Pime, che gestisce il Damien Hospital di Khulna. Dopo un anno di assenza tona a essere balsamo per le ferite dei suoi pazienti.

di Sr. Roberta Pignone

A distanza di un mese dal mio rientro in Bangladesh, trovo un attimo di tempo per fermarmi e per vedere che cosa c’è nel cuore. Finalmente a casa, dopo un anno lontana, dopo un anno così faticoso ed incomprensibile!

Tanta attesa, tanta fatica ad accogliere un tempo di sosta che era diventato davvero pesante, con tutto quello che c’è stato da accettare, nella consapevolezza che un giorno ne avrei capito il senso.

Ed ecco, 11 ore di aereo e mi sono ritrovata dall’altra parte del mondo, dove tutto trova casa. I luoghi, le persone, i sentimenti e il modo di pensare e di vedere le cose sono sempre quelli, come se quell’anno così tosto, non ci fosse mai stato e io sia sempre stata qui. Meraviglia, spettacolo, il cuore si riassesta in un luogo che è davvero casa!

L’attesa ha caratterizzato i giorni passati in Italia e mi accorgo che anche la gente, la mia gente qui mi aspettava, in tanti me lo dicono e servono una buona dose di umiltà e tanta preghiera per non cadere nella presunzione di essere così importante. Mi accorgo però di essere importante per il Padre buono che qui mi stava aspettando per ricordarmi quello che posso essere per questa gente… uh già… BALSAMO per le loro ferite!

In questo anno passato in Italia di certo il Bangladesh non è cambiato, la gente è sempre quella, con le sue gioie e le sue fatiche, i problemi non sono cambiati, le richieste sono sempre quelle, le incomprensioni e le sofferenze non sono sparite. Cosa è cambiato allora? Sono cambiata io, il mio cuore il mio modo di vedere le cose, perché il Covid non lascia indifferenti e il tempo di attesa anche.

Mi accorgo che qui la gente non ha capito, qui si vive come se il Covid non ci fosse e questa cosa mi mette ancora tanta paura. Questa mattina a messa ancora gente senza mascherina, tutti seduti vicini, per me è fonte di ansia e di paura, se qualcuno si ammala seriamente qui, non si può fare nulla. Io cerco di far capire, insegno, dico ma la gente ancora non capisce! È più forte il bisogno di uscire, di lavorare, di stare insieme, vicini, come si è sempre stati.

Credo che per questa gente ci sia una speciale benedizione, non si potrebbe fare nulla in una condizione come quella che c’è in Italia. Quindi qui nulla è cambiato, io però sì e questo mi porta ad agire in modo diverso, con più pazienza, con più attenzione all’ascolto, all’accoglienza.

I miei malati cronici sono tornati tutti. Che bello ritrovare volti che sono storia nella mia vita, sorrisi che si aprono di fronte a me nonostante le fatiche quotidiane, perché il nostro settimanale incontro è diventata amicizia, capacità anche di ridere a qualche battuta (i bengalesi faticano a comprendere le nostre battute e quando trovo una persona che le capisce beh…è grande!), i cuori trovano rispettivamente casa ed è gioia pur nella sofferenza.

Riscopro le mie mani che accarezzano la gente, le orecchie che ascoltano non solo polmoni e cuore, ma la vita, la fatica.

sr Roberta Pignone visita gli ammalati dell'ospedale in Bangladesh

Due donne che vogliono abortire perché in terapia per la tubercolosi (TB) e qualcuno ha già detto loro che la terapia fa male al feto, perché beh è stato un incidente e ora l’unica soluzione è abortire. La prima reazione è la rabbia e poi  il tentativo di far capire che vuol dire uccidere una persona, non è così chiaro qui per la gente che aborto è omicidio.

Allora si passa al far vedere il figlio attraverso l’ecografia, mostro alla donna il cucciolo che ha in grembo e vedo negli occhi il sorriso e l’amore di chi già sente il figlio come dono grande, ma porta nel cuore la ferita di una decisione che vede per primo quello che il marito vuole. Ho chiesto di tornare qui ogni settimana e accompagnerò queste donne nella gravidanza, anche magari fino a prendere il figlio e a darlo a chi se ne prende di sicuro cura, ma di certo l’aborto no. Però bisogna camminare con loro, prenderle per mano e so che qualcosa poterebbe sfuggire al mio controllo e loro decidere andare ad abortire.

Un’altra donna, mamma di Jannati, una cucciola di due anni cardiopatica che ha già fatto la terapia per la TB e che settimanalmente viene a prendere i farmaci per fare aerosol tre volte al giorno per la dispnea che non la lascia, mi ha confidato che aspetta un altro bambino e negli occhi le ho letto tutta la gioia ma anche la paura di un’altra creatura di cui prendersi cura. Jannati richiede tanta cura e tante coccole, ha un bel caratterino. La sofferenza ha già lasciato il segno nella sua breve vita. Anche a questa donna ho mostrato il suo nuovo cucciolo, quanta gioia nel vedere i suoi movimenti, una vita che va accolta con gioia e stupore, gli occhi brillano di gioia e io sono contenta di poter accompagnare questa gioia.

La mascherina copre il sorriso ma permette di mettere in evidenza gli occhi che spesso sorridono di più nella loro profondità e luce e dicono più di tante parole. Così accolgo i miei pazienti e la mia gente, mi sono ripromessa di non arrabbiarmi e di tenere duro quando vorrei farlo, è una promessa che ho fatto ad un amico che porto nel cuore perché la sua vita è cambiata e non può essere qui in Bangladesh, lo porto con me e so che è una grossa responsabilità, è una persona di pace e calma, non un fuoco che si accende facilmente come me, anche questa è una conversione del cuore.

sr Roberta Pignone, missionaria dell'Immacolata in Bangladesh

I miei cuccioli, Aminur e Emanur, sono cresciuti tanto, li ho ritrovati più belli di prima! Aminur, grande e responsabile, ha trovato lavoro, un lavoro che è impegnativo per quanto riguarda il tempo e la fatica fisica. Torna tardi la sera e sposta bottiglioni di acqua che la gente compra. È impegnato ed ha imparato che la vita nuova che ha ricevuto grazie al nostro aiuto non è solo un accogliere questo privilegio che è stato loro concesso ma anche qualcosa per cui bisogna spendere le energie per poter avere uno stipendio a fine mese. E questo fa maturare. Emanur ancora studia ed è in quella fase della vita in cui ci sono tanti cambiamenti, a partire dai baffetti che crescono e che rendono un po’ “bruttini” ah ah ah. Ritornerà la sua bellezza. Ritrovo in lui in questo momento tutto il bisogno di coccole e amore che accompagnano questo tempo.

Il progetto delle missionarie del Pime in Bangladesh

Sono ritornata in Bangladesh con tanti desideri nel cuore. Mi accorgo che in questo anno, per quanto riguarda la diagnosi, qualcosa è cambiato. Ho trovato tanti nuovi pazienti con Tubercolosi extra polmonari, cioè in sedi particolari che definiscono una storia di TB polmonare misconosciuta, ma in persone che stanno bene di salute e ricche.

Non capisco questa nuova situazione, gente ricca e ben messa che ha la TB. Dove sono i poveri? Quelli che necessitano delle mie cure? Nelle casistiche il 40% dei pazienti ha la Tubercolosi extra polmonare e, se tutti questi nuovi casi rappresentano tale percentuale, dov’è il 60% che dovrebbe essere TB polmonare sputo positiva? E insisto con i miei ragazzi che si devono trovare i pazienti.

Non nascondo di provare una certa ribellione nel curare la gente ricca, che non ha certo bisogno delle mie cure e dei miei farmaci gratis, farmaci che sono le medicine dei poveri. Non posso permettermi gli ultimi farmaci usciti sul commercio e costosi, sono quelli che pretendono i ricchi! La rivoluzione del cuore lascia lo spazio alla consapevolezza che da nessun’altra parte in Bangladesh possono trovare un’accoglienza come quella che trovano da noi, una carezza e un sorriso fanno bene a tutti, poveri e ricchi! Questa la missione, nessuno rifiuta un po’ di balsamo…

Il mio desiderio di aprire un ambulatorio nello slum non si placa, per chi ha il mio libretto greenland. Il mio cuore mi dice che lo devo fare, la gente là ha bisogno della nostra presenza, dovrò combattere con la burocrazia locale, chiedere, andare a bussare per trovare una stanza che mi accolga, ben sapendo che magari dopo qualche mese potrebbero anche mandarmi via. È già stato così in altri luoghi in cui ho aperto. Anche questa è povertà da accogliere, non capisco il motivo ma spesso accade così. All’inizio della collaborazione sono tutti d’accordo. Poi, si cambia idea e ci chiudono la porta in faccia.

Questa è la missione. Affido questi miei desideri alle vostre preghiere perché so che posso contare su queste e sull’affetto che mi accompagnano ogni giorno.

La missione di sr. Roberta Pignone in Bangladesh

slums di Khulma in Bangladesh

La liturgia della V domenica di Quaresima è complessa. Letture e Vangelo sono importanti, vanno masticati e meditati. “Vogliamo vedere Gesù” è quello che viene detto dai Greci ma in fondo da ognuno di noi.

Per vedere Gesù dobbiamo fissare lo sguardo sul crocifisso, posizionarci lì sotto per comprendere come donare la vita, come essere quel seme che non muore inutilmente ma lo fa per donare il germoglio, quella promessa di fecondità che darà un colore nuovo alla nostra vita.

Ne sono certa, spesso si fa fatica a stare sotto la Croce, a fissare lo sguardo sul nostro Dio che si dona così, senza poter noi capire fino in fondo, però lì ci sta tutta la sua promessa di vita e di fecondità per noi e una vita che si dona sarà sempre feconda e colorata, con i colori del Vangelo. Questa la promessa di vita per noi.

Buon cammino finale di Quaresima, siamo certi della vita nuova con la Resurrezione.

Suor Roberta Pignone, Missionaria dell’Immacolata-Pime

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