Fiumi nella steppa. Segni di Pasqua nella Repubblica Democratica del Congo

“La Pasqua si vede dove l’amore vince l’interesse, dove la compassione guida i pensieri, le parole, i gesti”. Dal profondo del Congo la riflessione di Teresina Caffi*, missionaria di Maria-Saveriana.

Fornirò acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto” (Is 43,20b)

Nel magistrale film di Ermanno Olmi “Gesù”, la grande tentazione che il demonio evoca in lui è l’inutilità del suo agire e del suo soffrire. Il mondo non cambierà, anzi, ci si ucciderà ancor più, nel suo nome. Veramente, guardando il mondo, le logiche imperanti anche, forse ancor più, nel mondo che è stato “battezzato”, la tentazione sorge, potente: a che cosa è servita la vicenda di Gesù? Dopo venti secoli, siamo forse migliori degli Assiri o dei Romani?

Penso alla realtà di questo grande Paese che mi ospita da anni, la Repubblica Democratica del Congo, e di cui non conosco che un piccolo angolo. Come l’inconcepibile diventi reale: che un Paese pieno di risorse sia abitato da una popolazione affamata, senza lavoro, che si deve sobbarcare spese sanitarie e parte delle spese scolastiche, esposta agli abusi di funzionari a loro volta mal pagati, dove la giustizia è spesso minata dalla corruzione. Dove l’eredità delle guerre è la facilità, quasi l’indifferenza, alla violenza fisica. Proprio ieri uno studente universitario è stato ucciso da suoi compagni trasformati in “guardia universitaria” per una disputa sulle tasse accademiche.

All’estremo est del Paese, non cessa di scorrere un fiume di sangue che superficiali diagnosi non sono riuscite a interpretare, per soluzioni vere. Povera gente che va nei campi, che si sposta, che dorme nel suo letto e che è orribilmente uccisa. Affinché gli altri scappino e lascino lo spazio. A chi? Perché? Prima di dire che la Pasqua germoglia, bisognerebbe sentire tutto il peso di questo permanente venerdì santo, allo stesso modo che non si può dissociare la domenica di Pasqua dai patimenti del venerdì santo, dal silenzio mortale del sabato santo.

Eppure è una questione di fede vedere se esistano i segni del regno di Dio che cresce. Perché, se onestamente diciamo che nulla si muove, allora smettiamo di parlare di Gesù e del suo messaggio. Non si possono alimentare sogni che sono solo placebo. Viviamo semplicemente con le nostre forze, cercando di districarci in un mondo di concorrenti spietati.

Guardo e cerco segni di risurrezione, rivoli d’acqua nel deserto. Non hanno forse la maestosità del fiume Congo. Anch’esso però si alimenta di rivoli quasi invisibili. Ci sono segni apparenti: il lusso di un piccolo gruppo, che ha grosse auto, costruisce e moltiplica le case in un mese, spende in una sera quello che il povero non guadagna in un anno, si cura all’estero, frequenta le migliori scuole. E magari fa un dono ai sinistrati quando il fuoco o l’acqua distruggono case e quartieri di poveri.

No, non è quello il segno. Lo è quel poliziotto mandato a scacciare le mamme che vendono pomodori e verdura sul marciapiede. Altri rovesciano, disperdono o anche rubano. Lui ha aiutato le mamme a riunire le cose, a metterle sulle loro spalle, una mamma dopo l’altra, una decina.

Lo è quella comunità di base che domenica scorsa ha preparato per le donne anziane e povere (spesso le due cose vanno insieme) la festa della donna, con uno spettacolo teatrale, un pasto, dei doni… Si sentiva profumo di Regno mentre danzavano, curve, col bastone, e sorridenti.

Lo sono alcuni coraggiosi esponenti della società civile che resistono alla corruzione, vincono la paura delle minacce e hanno il coraggio di parlare. Lo è la popolazione del villaggio di Mbobero che da anni resiste unita senza violenza all’oppressione di chi le ha portato via terre e case, e condivide il poco che le è rimasto.

Lo sono le oltre cento ragazze che incontro ogni settimana all’Inter-noviziato e che si preparano a consacrare la loro vita al Signore e al mondo nelle diverse congregazioni. Lo è il sorriso di cielo degli occhi dei bambini a ricordo permanente che il mondo deve ricominciare da loro.

Lo è la tenace resistenza delle donne che quando è ancora notte fonda si alzano per trovare un peso da portare sulle spalle, per amore dei figli. La solidarietà quotidiana dei quartieri, il cibo mandato all’anziana senza soccorso, la casa condivisa, le cure pagate… Soprattutto, poveri fra poveri.

La Pasqua si vede dove l’amore vince l’interesse, dove la compassione guida i pensieri, le parole, i gesti. E questo ci riconduce a noi stessi. La Pasqua può cominciare da me, oggi, se mi ci consegno davvero, se riconosco il mio deserto e attingo al petto squarciato di Cristo quel fiume d’acqua che solo disseterà il mondo.

suor Teresina Caffi, missionaria di Maria - Saveriana

Missionaria saveriana, Teresina Caffi è nata nel 1950 a Pradalunga (BG), entra ventunenne fra le missionarie di Maria – Saveriane, a Parma. Licenziata alla Gregoriana in teologia biblica, ha svolto la sua missione prima in Burundi e poi nella Repubblica Democratica del Congo, dove si reca sei mesi l’anno per corsi.

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