Uganda, il lockdown rende il Paese ancora più fragile

Cristina Reverzani, medico che lavora da tre anni come volontaria presso il Lacor Hospital, uno dei più grandi centri di diagnosi e cura dell’Africa subsahariana, ci offre uno spaccato socio-sanitario dell’Uganda, Paese dove il lockdown è stato applicato in modo molto restrittivo.

di Anna Moccia

Il governo, in linea con la maggior parte degli Stati africani, ha imposto fin da subito misure severe per frenare la pandemia di coronavirus. Una scelta che, dice Reverzani, “ha preso come esempio i modelli di prevenzione occidentali e a cui ci siamo adeguati per continuare a tenere sotto controllo la propagazione della pandemia”.

In Uganda i casi di coronavirus sono ad oggi 1.029 ma nessun decesso è stato registrato. I guariti sono 977, merito anche di una popolazione giovanissima, con età media sotto i 17 anni. Nel Paese sono stati eseguiti test su più di 228mila persone, da 3.000 a 5.000 al giorno. «La maggiorparte – racconta la dottoressa – riguarda i camionisti che vengono testati alle frontiere. I camionisti non ugandesi che risultano positivi vengono, invece, rimandati nel loro Paese e pertanto non sono conteggiati nelle statistiche nazionali».

Il Coronavirus e l’economia sommersa

Più che la pandemia, a destare preoccupazione tra la popolazione locale è soprattutto la mancanza di un lavoro e il rialzo dei prezzi degli alimenti: «Le persone che si guadagnavano da vivere giorno per giorno ai lati delle strade ora non possono più contare su questi lavori saltuari, questo tipo di economia informale è azzerata. I prezzi dei beni di prima necessità ora sono molto più alti. Ad esempio il prezzo dei fagioli, unica fonte di proteine, è passato da 0,5 a 3 euro al chilo».

A peggiorare la situazione c’è anche il coprifuoco notturno, dalle 7 di sera alle 6:30 di mattina e il blocco dei trasporti, sopratutto dei tradizionali boda-boda, i taxi in motocicletta, che nei mesi precedenti avevano determinato l’interruzione delle cure per alcuni pazienti, data l’impossibilità di poter raggiungere l’ospedale. «Attualmente i trasporti privati sono ripresi a Gulu, sebbene sia consentito un numero massimo tre passeggeri per veicolo, così come anche i mezzi pubblici, ma con capienza dimezzata. Resta tutto ancora bloccato nei distretti di confine, che fungono da cuscinetto».

Strada del distretto di Gulu, eccezionalmente deserta per il lockdown. © Cristina Reverzani 2020

La chiusura delle scuole mette in pericolo le ragazze

15 milioni di bambini, ragazzi e giovani uomini hanno interrotto, sospeso la loro possibilità di istruzione in seguito alla chiusura delle scuole per un tempo che resta indefinito.

«Questo comporterà quasi sicuramente un aumento delle violenze domestiche – sottolinea Cristina Reverzani -, così come del numero di matrimoni precoci e di abusi sessuali. Ci aspettiamo un elevato incremento delle gravidanze e di conseguenza anche di decessi, perchè le donne, un po’ per paura del contagio ma anche per le difficoltà dei trasporti, arrivano in ospedale in condizioni di salute già critiche, con aborti spesso indotti tramite erbe locali. Spesso non riusciamo a salvarle. Anche una semplice emorraggia è divenuta un problema perchè non non possiamo più contare sul supporto dei tanti studenti che donavano gratuitamente il sangue all’ospedale».

Nel Paese, dove il lockdown rischia di devastare l’economia informale, si rendono necessarie nuove misure per allontanare lo spettro della fame e il rischio di rivolte popolari. Le elezioni del 2021 rappresentano un appuntamento cruciale per Museveni e per la società ugandese, desiderosa di un cambiamento.

Foto copertina: Il murales ritrae Matthew Lukwiya, medico ugandese e supervisore del Lacor Hospital. Fu in prima linea nel fronteggiare l’epidemia del virus ebola che colpì l’Uganda nel 2000; contrasse il micidiale virus che lo portò alla morte. © Cristina Reverzani 2020

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